Obama si inchina al gigante cinese
Lunedì, 23 novembre 2009 - 08:50:00
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In sintesi, Hu ha ribadito che i due paesi devono rispettare gli interessi basilari dell'altro, messaggio in codice a Washington, di smettere di vendere armi a Taiwan, di supportare il Dalai Lama e i sostenitori dell'etnia Uighur nello Xinjiang, regione occidentale dove continuano scontri anti-cinesi. L'incontro è stato uno sfoggio di buona volontà, condito da pochi sorrisi e palpabile diffidenza, appena sanata dalla promessa del Presidente cinese di tenere aperto il tavolo delle trattative con la riottosa Corea del Nord. Il tipo di disagio che assale due corpulenti giganti, sempre più simili, costretti a viaggiare nella stessa utilitaria. E l'utilitaria è la sempre meno confortevole economia planetaria.
Obama è giunto al meeting più debole di quanto non lo fossero molti dei suoi predecessori, costretto ad andare a patti con un creditore al quale deve oltre 800 miliardi di dollari e al quale ha molto da chiedere ma poco da offrire. Sono ormai perduti i tempi in cui un presidente americano poteva andare in Cina a pretendere il rilascio di un dissidente o concessioni commerciali. Non solo Obama non è in posizione di chiedere nulla di simile, ma addirittura non ha nemmeno ottenuto alcun vero appoggio riguardo temi importanti come il clima, la sfida nucleare in Iran (sulla quale il Presidente cinese non si è ufficialmente pronunciato), diritti umani e politica monetaria.
Il tornare a casa con poco più di alcune generiche promesse potrebbe deludere ulteriormente l'opinione pubblica americana, indispettita anche dal troppo profondo inchino del loro presidente all'imperatore del Giappone. Molti americani vedono ancora la propria nazione come una imbattibile superpotenza e non amerebbero un presidente che li costringesse a ricredersi. Il sogno di Obama, per il quale è disposto a rischiare molto anche sul piano della propria immagine e del consenso interno, è che in futuro centinaia di milioni di cinesi possano sostituire i consumatori americani (non più disponibili a spendere e spandere dando fondo alle carte di credito), offrendo così nuovi sbocchi ai prodotti Made in USA.
Se l'economia cinese continuerà a crescere al ritmo attuale, con 1.3 miliardi di consumatori il paese sarà il più gigantesco bazar della storia, il più immenso cliente di elettrodomestici, vestiti, auto o quant'altro venga prodotto al mondo. Ma Obama sta prendendo la stessa cantonata che molti politici europei hanno preso e continuano a prendere. La Cina infatti non solo non acquisterà di più, ma acquisterà dall'estero sempre meno. La sua capacità produttiva continua a crescere, le aziende investono i profitti in nuove fabbriche, migliori macchinari, tecnologie innovative, sostenute da un pacchetto di stimolo da 600 milioni di dollari volto a promuovere la produzione e non il consumo. Dunque chi comprerà tutti questi prodotti? Certo i cinesi ma anche gli americani e gli europei, più orientanti verso il consumo, che non verso la produzione.
E' l'America che comprerà il Made in China. Questa è la realtà con la quale il presidente deve fare i conti, sapendo che il coltello dalla parte del manico lo hanno - almeno per il momento - i cinesi, i quali si sono rifiutati di rivalutare la loro moneta, il reminbi. Le conseguenze delle cose dette e auspicate durante la visita a Pechino peraltro hanno rilievo per tutti, europei inclusi, e se i due leader non dimostreranno il necessario senso di responsabilità il prezzo delle loro intese potrebbero pagarlo altri. Quello che alla fine emerge da questo tour asiatico è che viene per l'America per primo il G2 e gli USA devono fare i conti con la potenza cinese e i suoi alleati e che se c'è una speranza di "disciplinare" alcuni comportamenti spregiudicati di quella che si avvia ad essere la seconda economia del pianeta, è garantirle pieno accesso ai diversi tavoli di discussione internazionali. Viceversa saremmo costretti a vivere un futuro conflittuale con una potenza che ha tutti gli strumenti per annichilire le altre economie, grazie ad un regime in grado di imporre ai propri cittadini una frugalità di cui gli occidentali sarebbero incapaci.



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