E ora Obama deve fare l'equilibrista. Dopo le promesse, "cambia" l'agenda
Chiaramente Obama intendeva imporre una svolta a Washington, lo ha detto durante la lunga campagna elettorale e gli americani gli hanno creduto. Ma dopo gli slogan, le adunate oceaniche e gli spot televisivi è oggi il momento delle scelte pratiche. Ed ecco che gli eventi planetari e le liturgie della politica impongono l’agenda di Obama senza troppo riguardo per le promesse fatte. Per esempio, per esprimere una politica interna ed estera credibile, a Washington come ovunque, occorre by-partisanship, non solo con i Repubblicani ma anche all’interno del proprio partito e ci sono quindi dei prezzi da pagare.
Il segnale da lui trasmesso con la scelta del nuovo Gabinetto è un segnale forte, da leader che intende prendere molto seriamente il suo incarico, ma che ha fatto sollevare più di qualche sopracciglio tra i suoi elettori: forti sono stati in questi giorni i segnali di perplessità di fronte a scelte che indiscutibilmente rappresentano continuità con la precedente amministrazione.
Il Segretario alla Difesa Gates resta al suo posto, come pure viene riconosciuto il successo del lavoro svolto dal Gen. Petraeus lasciandolo come responsabile militare per il Medio Oriente e confermando il suo successore Gen. Raymond Odierno a Comandante del teatro iracheno. Il nuovo Capo di Gabinetto Rahm Emanuel ha fama di mastino, ma anche di uomo pratico e pragmatico. Un politico puro, abile tessitore di compromessi, che sa perfettamente che per governare è essenziale il supporto dei Repubblicani e Obama, scegliendolo, ne ha confermato la filosofia strategica.
Ma perché un neo-presidente che ha vinto con una maggioranza così ampia sta per molti versi modificando la visione che ha ispirato il suo programma elettorale ed entusiasmato i suoi sostenitori? Il “cambiamento” fino ad ora non si è visto semplicemente perché finito il momento degli slogan, passare ai fatti impone il ricorso a molte tattiche ed aggiustamenti propri della solita politica.
Convivere alla Casa Bianca con una prima donna come Hillary Clinton non è certamente il sogno di Obama e prima o poi il protagonismo ed il decisionismo della Secretary of State porteranno a frizioni con lo Studio Ovale, ma non assegnarle un incarico avrebbe voluto dire sbarrare la porta ad una grande e influente componente del Partito Democratico, incluse le ricche e potenti lobby che hanno finanziato per decenni i Clinton.
Senza l’appoggio politico dei Clinton e senza la loro “dote”, Obama sarebbe un Presidente in difficoltà. La Clinton ha già messo in chiaro che sarà lei a decidere la politica estera americana, e non sarà solo il capo di una diplomazia esecutrice delle scelte del Presidente.
I problemi tra Russia e Georgia, la Palestina e il Medio Oriente, il rapporto con l’Europa saranno affar suo, aldilà delle scontate dichiarazioni di lealtà al Presidente. Gates alla Difesa e il Gen. dei Marines Jones alla Sicurezza Nazionale sono certamente concessioni all’ala conservatrice del Congresso senza la quale Obama non potrebbe lavorare, ma è anche l’ammissione non tanto velata che al momento tra le fila democratiche non esistono uomini in grado di coprire quelle delicatissime posizioni. Gates oltretutto è stato alla guida della CIA e la sua conferma è anche un segnale di disponibilità verso il mondo dell’intelligence americana, un universo dove di solito i liberals sono meno popolari dei conservatives.

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