A Obama non interessa più la pace. Gli Usa mollano il Medio Oriente

Lunedì, 28 settembre 2009 - 10:34:00


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Il mondo si aspetta molto da Obama, ma neanche il presidente americano può fare miracoli, perlomeno non può farli a solo 10 mesi dall’inizio del suo mandato. Anche se sia la gente comune che i governanti del pianeta confidano nelle sue presunte straordinarie doti di mediatore per sollevare il pianeta da molti dei suoi travagli, certamente in queste ore viene dimostrato che almeno un problema resta per ora al di fuori della sua portata: la crisi medio-orientale/palestinese.

In questi giorni, a New York, a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Obama ha ospitato l’ennesimo vertice tra un leader palestinese e uno israeliano.  Al termine dell’incontro Abu Mazen (Presidente dell’ANP) ha laconicamente dichiarato che “con queste divergenze non torniamo ai negoziati”, sottolineando che Benjamin Netanyahu (primo ministro israeliano) non è disposto a cedere su due questioni-cardine: una divisione di Gerusalemme e il rientro dei profughi palestinesi. Insomma, anche questo summit, nonostante i buoni uffici del presidente USA e la sua richiesta di rilanciare i negoziati di pace, non è servito a nulla.

Obama Netanyahu Abu Mazen
Netanyahu-Obama-Abu Mazen


“Non c'è terreno comune per discutere" e le posizioni rimangono molto distanti. Dunque Super-Obama non pare in grado di sbrogliare per il momento la matassa israelo-palestinese, esattamente come prima di lui non sono riusciti a farlo gli altri presidenti americani. I critici del presidente sottolineano che a fronte della dialettica incoraggiante e della retorica ottimista sfoggiata nelle occasioni solenni dal leader del mondo libero, i risultati sono deludenti, evidenziando su almeno un soggetto una spiacevole continuità con la precedente amministrazione. Insomma tante belle parole ma risultati niente, confermando che l’oratoria brillante, la capacità di trascinare e le doti persuasive funzionano bene con gli elettori di casa propria ma pochi consensi strappano ad un pubblico rotto ad ogni astuzia come quello che ha ascoltato l’intervento di Obama all’Assemblea Generale al Palazzo di Vetro.

I problemi sul tavolo sono molti e tremendi (terrorismo internazionale, riscaldamento globale, inquinamento da idrocarburi, diritti umani) e grande deve essere il consenso necessario a fronteggiarli in maniera corale e quindi efficace. Senza l’indispensabile cooperazione questi problemi sono destinati a restare irrisolti, dando origine tra l’altro ad una ennesima complicazione per Obama: se il giovane presidente non saprà tenere a freno le troppe aspettative riguardo la sua opera (ormai da molti ritenuta quasi messianica), la delusione mondiale per il mancato raggiungimento dei molti ambiziosi obiettivi sarà infinita, danneggiando non solo l’immagine del presidente ma anche la credibilità degli Stati Uniti quale arbitro di grandi questioni internazionali. Occorre quindi capire quali siano davvero le priorità di Washington, senza farsi catturare dall’ondata  elegiaca che avvolge Obama.

Scopriremmo per esempio che forse il fallimento perpetuo del dialogo israelo-palestinese in questo preciso momento non è tra le maggiori preoccupazioni americane: è di questi giorni la notizia di un improvviso rasserenamento del rapporto USA-Russia, grazie alla soppressione unilaterale del programma missilistico americano in Europa. Segue di pochi giorni la notizia che la Russia è assurta al rango di primo produttore mondiale di petrolio, superando i tradizionali produttori della penisola arabica e del Medio Oriente.  Con queste due premesse è legittimo ritenere che il baricentro energetico mondiale si stia spostando dai paesi arabi verso altre aree del mondo come anche l’Africa o l’America Latina. A quel punto il Medio Oriente e la Palestina resteranno ancora un problema prioritario per Washington? Non sarà invece che quella regione è destinata a diventare un area di secondario interesse, una volta persa la propria posizione monopolistica nel mercato energetico? Scopriremmo così che, a dispetto delle belle parole e dei proclami a difesa dei diritti umani e civili calpestati nell’Islam radicale, l’unico vero motivo per cui anche Obama ha guardato a quell’angolo del pianeta è il petrolio, non diversamente dal suo tanto vituperato predecessore.

Arduino Paniccia
Globalist
www.arduinopaniccia.net

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