Obama, carpe diem: ora o mai più. Dall'Iran a Israele... la pace è possibile
A metà giugno il quadro è ben diverso: l’Iran è a un passo dalla rivoluzione, la destra israeliana apre un insperato spiraglio ai Palestinesi, in Afghanistan la partita non è chiusa ma anzi si procede con rinnovato impegno e in Iraq è in corso un passaggio di responsabilità tra Americani e governo Al Mahliki senza che gli attentati pregiudichino il ritorno alla normalità.
Le elezioni iraniane sono state il detonatore di uno scontento che Ahmadinejad non è riuscito a catalizzare verso gli scontati nemici esterni USA e Israele. Violenti scontri di piazza e adunate oceaniche ci rimandano alla rivoluzione che ha deposto lo Shah e che potrebbe oggi se non deporre almeno ridimensionare la torva teocrazia oltranzista che dal 1979 domina il paese. Elettori e dissidenti hanno ben chiaro che la bancarotta in cui versa un paese ricchissimo di petrolio non ha nulla a che fare con veri o presunti nemici ma con la disastrosa e dilettantistica gestione della cosa pubblica da parte della incapace dirigenza iraniana. Uno scontento che attraversa i confini e contagia i libanesi, stanchi dei radicalismi filo-iraniani degli Hezbollah, tanto da premiare il sunnita Saad Hariri, sostenitore di una linea moderata filo-occidentale, con la poltrona di Primo Ministro. Gli Hezbollah non sono ancora del tutto estromessi dalle stanze del potere ma se vorranno far parte del probabile governo di unità nazionale dovranno deporre le armi e rinunciare alla violenza.
In poche parole il minaccioso monolite che dettava le linee politiche agli estremismi e ai gruppi terroristici di tutto il Medio Oriente e che prefigurava la cancellazione dalle mappe di Israele, si sfalda e rischia la cancellazione dalla mappa degli stati canaglia per collasso endogeno. Il grande destabilizzatore è destabilizzato. La linea soft di Obama ha spiazzato i falchi di Teheran e dato energia all’opposizione, galvanizzata dal possibile allentamento della tensione con Washington e dai molti benefici che ne possono derivare, primo tra tutti la caduta dell’embargo. L’Iran potrebbe cessare di essere il faro dei guerrafondai medio-orientali e le elezioni libanesi sono un chiarissimo segnale di stanchezza verso la continua, ossessiva chiamata alle armi dei mullah shiiti.
Non è un caso che le aperture dal ministro degli Esteri israeliano Lieberman arrivino esattamente nel momento di maggiore debolezza dell’arci-nemico. Lieberman annuncia di essere pronto a trattare la pace con i Palestinesi senza pre-condizioni, ben sapendo che in questo preciso momento Hamas e Hezbollah non possono dettare condizioni, dato che il loro sponsor/finanziatore ha altre grane a cui pensare. Il momento è propizio per fare la colomba, evitando di deprecare la new wave obamiana, ma anzi sposandone con moderazione la linea della mano tesa.
Quella della mano tesa sembra essere una dottrina che l’Italia ha anticipato con l’apertura a Gheddafi, sia pure con qualche recente imbarazzo romano. Si è tenuta aperta una porta verso il mondo arabo che può affidare all’Italia il congeniale ruolo di “mediatore mediterraneo” in rappresentanza dell’Europa ma probabilmente anche in rappresentanza degli Stati Uniti. La visita americana di Berlusconi ci pare abbia consentito ad Obama di individuare nell’Italia il paese meglio equipaggiato a trattare con la Libia e con altre controparti anche a nome e per conto di Washington. La cordialità di Obama ha un costo: 500 uomini in più da inviare in Afghanistan. La richiesta di incrementare il nostro sforzo militare non è inaspettata, se ne parla dal momento della elezione di Barak Obama e tocca anche altri paesi europei. Appare chiaro che siamo alla vigilia di una svolta nella strategia afghana dell’Occidente. Il fronte primigenio della lotta al terrorismo e ad Al Qaeda è stato negletto dai neo-con, ossessionati da un Iraq che con Bin Laden aveva nulla a che fare. Solo la dottrina Petraeus pare stia riuscendo a tirare fuori dal pantano le forze armate americane e a garantire un passaggio di potere senza troppi scossoni al governo di Bagdad, consentendo di riconcentrarsi sull’Afghanistan. Si può facilmente argomentare che il recente aumento di scontri a fuoco, che hanno interessato anche i nostri soldati, è esattamente il segnale che la maggiore attività delle truppe della coalizione sta mettendo in difficoltà i difensori delle roccaforti talebane.
Prevedere il futuro del Medio Oriente può rivelarsi causa di imbarazzanti puntualizzazioni. La verità è che la regione è un calderone in ebollizione dove la volatilità delle decisioni politico/strategiche ha spesso a che fare con il Corano, rendendo a noi Occidentali più difficile ogni previsione. Occorre comunque monitorare gli sviluppi della crisi iraniana con particolare attenzione, perché Teheran resta la variabile di maggior peso nel destino di una vastissima area, cassaforte della quasi totalità del patrimonio energetico planetario.
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