Iraq/ Obama tratta con gli eredi di Saddam

Domenica, 23 agosto 2009 - 10:51:00


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Una analisi non necessariamente rozza dei recenti fatti iracheni porta inevitabilmente ad una considerazione quasi lapalissiana: se Saddam Hussein fosse ancora al potere le strade del paese non sarebbero insanguinate come lo sono in queste ore, dopo un attacco multiplo che ha causato un centinaio di vittime e oltre 500 feriti a Baghdad. Il pugno di ferro del defunto dittatore aveva tenuto ben serrato il vaso di pandora dal quale oggi sfuggono incontrollabili tutte le violenze settarie, etniche, religiose che scaturiscono da secolari contrasti tribali. Questo impone l'ennesima riflessione sui gravissimi errori strategici compiuti dell'amministrazione Bush e dal suo 'think tank' neo-con e non sorprende la notizia di questi giorni che a Damasco una delegazione del Central Command guidata dal Generale Michael Moeller abbia iniziato colloqui con il vice di Saddam Izzat Ibrahim al-Douri, sopravvissuto leader del partito Ba'ath rifugiatosi in Siria, nel tentativo di concludere finalmente un patto con l'ex nemico che aiuti a risolvere l'intricata situazione irachena.

Per il momento occorre prendere atto che la tanto invocata sparizione degli americani ha creato un vuoto che molti ambiscono riempire, in primo luogo Al Qaeda, ora più che mai attiva in una regione nella quale ai tempi di Saddam fu impossibile infiltrarsi. Ma il vero confronto è tra Sciiti e Sunniti e la posta in palio è il controllo del paese e della sua enorme risorsa petrolifera causa non secondaria della guerra. Il governo sciita di Al Maliki accusa dell'attacco contemporaneo a diversi ministeri i seguaci del vecchio dittatore, ma il perfetto tempismo e le modalità delle stragi portano la firma di Al Qaeda e comunque bene rappresentano la determinazione della componente sunnita a non lasciarsi sopraffare dalla montante onda di proselitismo sciita pilotato e finanziato da Teheran.


Le immagini delle violenze a Baghdad
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Il rapporto di forza è ora diverso rispetto la situazione pre-bellica, gli ultimi dati parlano oggi di una maggiorana sciita pari a oltre il 60% della  popolazione ma il Primo Ministro Nour Al Maliki continua a sottovalutare la determinazione dei Sunniti e la loro capacità di resistenza che ormai dovrebbe essere chiara a tutti, tanto da abbassare il livello di sicurezza a Bagdhad in un eccesso di ottimismo seguente la fuoriuscita delle truppe americane dall'Iraq. Sebbene il Tenente Colonnello Doug Ollivant, ex consigliere del National Security Council, affermi che i recenti attacchi non faranno riprecipitare il paese nel clima di violenta anarchia degli anni dal 2004 al 2007, appare evidente che Al Qaeda abbia tutto l'interesse a indebolire Al Maliki ampliando le già forti tensioni tra Sciiti, Sunniti e Curdi. 

E' proprio la presenza di Al Qaeda in entrambi i paesi il 'trait d'union' tra l'aumento di intensità del conflitto afgano e gli spettacolari ultimi attacchi intimidatori in Iraq, nel chiaro intento di forzare gli americani e i loro alleati in un secondo fronte che sottragga risorse all'intensificarsi delle operazioni anti-talebane in Afghanistan. Tuttavia l'amministrazione Obama non ha intenzione di cambiare i suoi piani. Gli americani non intendono tornare in Iraq, anche perché Al Maliki ha ormai estromesso i vertici militari Usa da qualsiasi processo decisionale in materia di sicurezza interna, anche se, come vediamo, il suo governo non sembra ancora in grado di garantire una adeguata protezione ai propri cittadini. Dunque, salvo ripensamenti, il tentativo di obbligare gli americani a dividere il proprio sforzo su due fronti per il momento rimanendo l'Afghanistan il focus del loro impegno militare pare al momento piuttosto irrealistico.

Arduino Paniccia
Globalist

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