Freddo e talebani, Afghanistan in ginocchio. L'unità nazionale è l'unica salvezza

Domenica, 25 ottobre 2009 - 17:34:00

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La speranza che le elezioni di agosto servissero a fare chiarezza sui destini dell’Afghanistan è andata presto delusa. Il 7 novembre è previsto il ballottaggio che dovrebbe definitivamente sancire chi guiderà il paese nei prossimi anni, Karzai o Abdullah. È difficile guardare con ottimismo a questo momento della vita democratica afgana, primo perché nulla ci impedisce di pensare che i brogli possano essere nuovamente un elemento di grave disturbo della votazione, ma soprattutto perché gli afghani certamente si recheranno alle urne con minore entusiasmo e quindi in minor numero. A novembre saremo in cattiva stagione inoltrata e dai villaggi più remoti sarà particolarmente penoso recarsi a piedi a seggi spesso lontani chilometri.

Inoltre la notizia di elettori a cui i Talebani hanno tagliato orecchie e nasi ha già fatto il giro del paese e costituisce ulteriore elemento di disamore per una pratica che per molti ancora non riveste alcuna rilevanza, in quanto l’unica autorità riconosciuta da molti è tuttalpiù il capo villaggio. Dunque chi comandi a Kabul è cosa che interessa pochi. Perlomeno nelle provincie e nelle aree rurali. Cosa diversa è nelle città, dove si riscontrano le percentuali maggiori di votanti e dove le azioni intimidatorie dei Talebani sono più difficoltose. In altre parole il paese è nuovamente sottoposto ad un momento di grande fragilità di cui si sarebbe davvero potuto fare a meno.

Chiedere agli Afghani di tornare a votare è veramente domandare a quelle sfortunate genti un ennesimo sacrificio i cui risultati potrebbero non essere all’altezza dello sforzo. L’unica soluzione, come abbiamo già scritto il 22 agosto, ma per la quale i tempi sono strettissimi, è l’accordo tra Karzai e Abdullah, ovvero la formazione di un governo di coalizione, di salvezza nazionale dove i due candidati presidenziali mettano da parte le rivalità e decidano di cooperare per la stabilizzazione del paese. Non è una speranza campata in aria, va ricordato che i due hanno già collaborato, Abdullah è stato ministro degli Esteri di Karzai, dunque una ricomposizione di un team che si ponga credibilmente alla guida del governo è in linea teorica possibile.

Va aggiunto che Abdullah è persona apprezzata dagli USA, dove operò in pratica come ministro degli Esteri e fund raiser di Massud, il leggendario capo della Alleanza del Nord, ottenendo per la guerriglia anti-talebana finanziamenti ed appoggio politico, mentre Karzai ha sollevato e solleva molte perplessità anche tra coloro che ad Occidente lo hanno sin qui sostenuto e che ora gli hanno imposto di inghiottire il rospo delle ballottaggio. Il fatto di essere fratello del più grande trafficante di oppio dell’Afghanistan certo non aiuta e le molte ambiguità ed accuse di corruzione che circondano la sua coalizione governativa pesano molto sul consenso che la comunità internazionale dovrebbe concedere al Presidente.

Secondo alcuni analisti, l’elezione di Abdullah sarebbe ben vista in India e a Mosca ma non così bene a Washington o a Islamabad, Karzai viceversa rappresenta un certa garanzia di continuità funzionale agli obiettivi anche militari della coalizione NATO. In questo momento però queste due ipotesi presidenziali meriterebbero di essere superate a beneficio di una intesa tra i due contendenti e quindi tra i loro importanti gruppi etnici (pashtun e tagiki) che metta al riparo dalle possibili sorprese che il ballottaggio potrebbe riservare.

Il voto del 7 novembre sposta ancora in avanti molte delle scelte che USA e Europa debbono prendere in merito alla loro presenza: Obama continua a posporre ogni decisone riguardo l’aumento di truppe, facendo scalpitare il suo Segretario alla Difesa Gates e soprattutto il capo delle operazioni afgane Mac Chrystal, che chiede 40 mila uomini e se gli va bene ne avrà forse 10 mila. Comprensibilmente il Presidente USA obietta che non ha senso impegnarsi ulteriormente in un paese che non ha ancora un presidente, ma le operazioni militari prescindono dalla politica e dagli intrighi di Kabul e su questo terreno anche la NATO e l’Europa sperano di poter avere un quadro più chiaro prima del 7 novembre.

Gates ha ragione quando afferma che le passate elezioni hanno complicato il quadro afgano e che le operazioni militari non possono attendere la soluzione delle questioni politiche e la formazione dell’esecutivo, ma la soluzione potrebbe proprio essere la definizione di una alleanza tra Karzai e Abdullah che raccoglierebbe molto consenso in casa e all’estero, doterebbe il paese dell’appoggio dei due più importanti gruppi etnici e porrebbe i Talebani davanti ad una coalizione di vasto consenso nazionale, tale da non poter più beffeggiare  il prossimo Presidente come il “sindaco di Kabul”.

L’accordo tra Karzai ed Abdullah è una formula, l’unica formula, per la quale le diplomazie occidentali dovrebbero premere anche insistentemente, esercitando pressioni quasi al limite del consentito, l’unico modo per sedere al tavolo della negoziazione due rivali che finora non hanno dimostrato particolare slancio nel voler avvicinare l’avversario, a meno che la recente telefonata da Abdullah a Karzai sia realmente stata fatta e non sia gossip.
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