Afghanistan, intesa Karzai-Abdullah
Il Pashtun Karzai tornerebbe a fare il “sindaco di Kabul” con limitata influenza addirittura nella propria regione di provenienza (che è anche quella con maggiore presenza telebana), senza godere del consenso di ben il 65% della popolazione, composta da minoranze tagike (quella di Abdullah), uzbeke, hazare, turkmene. Con al potere solo l’etnia pashtun si allargherebbe il solco tra i diversi gruppi etnici e tribali, una circostanza sulla quale i talebani fanno grandissimo affidamento. La saggia scelta di andare all’accordo potrebbe essere la strategia vincente per disinnescare tensioni neanche troppo latenti e sottrarre ai talebani terreno fertile per la loro propaganda. Una coalizione di governo rappresentativa del caleidoscopio etnico del paese avrebbe una credibilità maggiore di quella di cui ha goduto finora Karzai, sebbene la litigiosità tra le diverse componenti potrebbe rimanere un problema che occorrerà gestire.
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Se all’inizio produrre eroina era solo uno strumento per auto-finanziarsi, oggi è diventata una fonte di reddito per i cosiddetti “studenti” islamici che promette guadagni favolosi, anche grazie all’affacciarsi sul mercato afgano di un nuovo interessantissimo cliente: la Cina, ormai popolata da una tale massa di eroinomani per i quali le vecchie fonti di approvvigionamento non sono più sufficienti. A conteggi terminati, ci sarà un nuovo governo che, a prescindere da chi lo comporrà, dovrà elaborare una nuova strategia di contrasto dei talebani che non potrà essere solo una risposta militare come lo è stata finora, ma dovrà privarli della loro principale fonte di finanziamento, trasformando il conflitto in una guerra agricola e produttiva che dia finalmente all’Afghanistan un ruolo dignitoso nel consesso delle nazioni.
Non è ovviamente una facile sfida e i primi tentativi non sono andati a buon fine: nelle aree sotto controllo italiano è stata promossa e aiutata la semina dello zafferano, solo per vedere i campi messi a fuoco nottetempo dai miliziani talebani. Tuttavia occorre continuare su questa strada, una via percorribile, visto che per i contadini afgani i favolosi margini di guadagno prodotti dalla lavorazione dell’oppio sono cosa ignota. Chi incassa i grandi numeri sono i raffinatori e i contrabbandieri protetti dai talebani, mentre chi coltiva, seppure guadagnando meglio che con altre culture, vede solo una piccolissima parte di tutto questo denaro, e il papavero rimane comunque ad oggi l’unica insostituibile fonte di sostentamento.



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