Afghanistan, intesa Karzai-Abdullah

Lunedì, 31 agosto 2009 - 14:00:00


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afghani al voto


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Usa e Nato a rischio sconfitta in Afghanistan Di Achille Lega

Afghanistan/ A un terzo dello scrutinio: Karzai al 46,3% e Abdullah al 31,4
Mentre scriviamo ci è impossibile sapere se l’Afghanistan dovrà andare al ballottaggio per decidere chi sarà il prossimo Presidente. Sebbene i primi dati diano vincente Karzai col 40%, ancora molte schede devono essere scrutinate e i risultati definitivi potrebbero ancora dare allo sfidante Abdullah più del 38% finora conteggiato. Ma le ultime agenzie ci rivelano che, come avevamo previsto e auspicato, i due contendenti avrebbero iniziato trattative che, puntando ad un governo di coalizione, renderebbero superfluo qualsiasi conteggio. Ciò potrebbe essere il frutto di un paio di ragionamenti logici fatti dai due candidati. Il primo: riportare gli afgani alle urne non solo rappresenta un costo insostenibile per il magro bilancio dello stato, ma soprattutto vorrebbe dire ri-esporre gli elettori ai rischi di ancor più pesanti rappresaglie talebane, già costate vittime innocenti alla prima tornata elettorale. Il secondo: il paese non può essere governato da una sola minoranza.

Il Pashtun Karzai tornerebbe a fare il “sindaco di Kabul” con limitata influenza addirittura nella propria regione di provenienza (che è anche quella con maggiore presenza telebana), senza godere del consenso di ben il 65% della popolazione, composta da minoranze tagike (quella di Abdullah), uzbeke, hazare, turkmene. Con al potere solo l’etnia pashtun si allargherebbe il solco tra i diversi gruppi etnici e tribali, una circostanza sulla quale i talebani fanno grandissimo affidamento. La saggia scelta di andare all’accordo potrebbe essere la strategia vincente per disinnescare tensioni neanche troppo latenti e sottrarre ai talebani terreno fertile per la loro propaganda. Una coalizione di governo rappresentativa del caleidoscopio etnico del paese avrebbe una credibilità maggiore di quella di cui ha goduto finora Karzai, sebbene la litigiosità tra le diverse componenti potrebbe rimanere un problema che occorrerà gestire.

Abdullah Karzai

Ma anche con un nuovo più forte governo resta da affrontare la vera grande sfida, quella che vede coinvolto non solo l’Afghanistan ma anche il resto del pianeta: oggi il 90% dell’eroina in circolazione nel mondo è prodotto con oppio afgano, i cui proventi costituiscono il 60% del prodotto interno. Finché non si troveranno risorse economiche alternative alla coltivazione del papavero da oppio, l’Afghanistan è destinato a restare terreno di scontro di interessi che nulla hanno a che vedere con l’integralismo islamico ma molto più prosaicamente con la gestione di un business multimiliardario del quale oggi i Talebani sono i principali attori, ormai consci che in fin dei conti vendere droga è più redditizio che non la ricerca del potere politico.

Se all’inizio produrre eroina era solo uno strumento per auto-finanziarsi, oggi è diventata una fonte di reddito per i cosiddetti “studenti” islamici che promette guadagni favolosi, anche grazie all’affacciarsi sul mercato afgano di un nuovo interessantissimo cliente: la Cina, ormai popolata da una tale massa di eroinomani per i quali le vecchie fonti di approvvigionamento non sono più sufficienti. A conteggi terminati, ci sarà un nuovo governo che, a prescindere da chi lo comporrà, dovrà elaborare una nuova strategia di contrasto dei talebani che non potrà essere solo una risposta militare come lo è stata finora, ma dovrà privarli della loro principale fonte di finanziamento, trasformando il conflitto in una guerra agricola e produttiva che dia finalmente all’Afghanistan un ruolo dignitoso nel consesso delle nazioni.

Non è ovviamente una facile sfida e i primi tentativi non sono andati a buon fine: nelle aree sotto controllo italiano è stata promossa e aiutata la semina dello zafferano, solo per vedere i campi messi a fuoco nottetempo dai miliziani talebani. Tuttavia occorre continuare su questa strada, una via percorribile, visto che per i contadini afgani i favolosi margini di guadagno prodotti dalla lavorazione dell’oppio sono cosa ignota. Chi incassa i grandi  numeri sono i raffinatori e i contrabbandieri protetti dai talebani, mentre chi coltiva, seppure guadagnando meglio che con altre culture, vede solo una piccolissima parte di tutto questo denaro, e il papavero  rimane comunque ad oggi l’unica insostituibile fonte di sostentamento.

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