Cina e Russia tornano superpotenze. Scoppia la guerra del XXI secolo

Lunedì, 19 ottobre 2009 - 08:00:00

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La notizia relativa all’accordo appena siglato tra Cina e Russia in merito alla fornitura di 70 miliardi di metri cubi di gas a Pechino in cambio di prestiti per 3 miliardi e mezzo di dollari si inquadra in un grande cambio di assetto che vede il baricentro energetico del pianeta spostarsi dalla penisola arabica alla Russia, trasformando Mosca nel maggior fornitore mondiale di petrolio e gas mentre i paesi arabi ed il Medio Oriente paiono destinati a non essere più i monopolisti in grado di governare il mercato dell’energia. Artefici di questo spostamento epocale dell’asse sono i soliti noti, ovvero le superpotenze di ieri, tornate al loro ruolo di leader dopo anni in cui la loro autorità è stata messa in discussione dal crollo del comunismo, dal protagonismo della multinazionale terroristica, dai piccoli conflitti etnici e tribali che tutt’oggi martoriano ampie regioni del pianeta.

Jintao Putin
Putin e Jintao


Oggi la Cina post Mao Zedong scopre vocazioni capitalistiche che consentono alla nazione più popolosa del pianeta una crescita economica del 9% mentre le altre economie arrancano in un contesto di grave crisi. Tale boom economico ha fame di energia e di materie prime, per il cui approvvigionamento Pechino si è anche lanciata in un saccheggio in larga scala dell’Africa che tuttavia non soddisfa il fabbisogno. Occorre dunque rivolgersi a chi energia ne ha in abbondanza: la Russia.

Putin ha da tempo capito che lo strumento per esercitare il potere e per dare sostegno alle ambizioni egemoniche russe non sono bombe e carro armati ma le risorse del proprio sottosuolo. Più volte in passato Putin ha usato con spregiudicatezza questa leva, letteralmente chiudendo il rubinetto del gas all’Europa (in particolare alla Germania ed all’Italia) per estorcere consenso ai suoi obiettivi di politica estera, ma questo meccanismo ricattatorio aveva una contro-indicazione. Il problema è che la fornitura di gas e petrolio all’Europa ha reso la Russia stessa dipendente dagli introiti che la vendita all’unico cliente generava e chiudere il rubinetto ha significato dover rinunciare a denari di cui Mosca ha grandemente bisogno.

Oggi tutto questo è cambiato: l’Europa non è più il mercato esclusivo a cui la Russia si rivolge, ora esiste un nuovo mercato alternativo, la Cina. Il che vuol dire che a partire da ora il riscaldamento delle nostre case è più in pericolo di quanto non lo fosse ieri perché chiudere il gas all’Europa non rappresentarà più la perdita dell’unico importante introito, oggi c’è Pechino, pronta a subentrare all’Europa. Al momento la Cina è già il più grosso acquirente di energia russa, sorpassando la Germania. Ciò accade dopo che USA e Russia hanno a loro volta negoziato accordi energetici per la fornitura di petrolio agli Americani e per l’eventuale esplorazione combinata delle risorse petrolifere dell’Artico.

È evidente che lungo questa strada il ruolo monopolistico dei paesi arabi e mediorientali nella gestione del mercato del petrolio attraverso l’OPEC (di cui la Russia non a caso non è membro) è destinato a scemare. Anzi, alcuni di questi paesi, privati del loro unico potere contrattuale, si troveranno ancora più dipendenti dalla Cina (che continuerà a comprare petrolio dall’Iran ma facendone il prezzo) e dalla Russia (fornitore esclusivo di armi all’Iran).

Se la Guerra Fredda ci aveva abituati al fragile equilibrio del terrore, non c’è dubbio che oggi il rischio di MAD (Mutual Assured Destruction) è molto lontano, tuttavia dobbiamo anche riconoscere che i potenti della Terra continueranno a perseguire i propri obiettivi semplicemente attraverso l’uso pacifico di armi di diversa natura; l’economia, i mercati, l’energia. Le  nuove alleanze politico/economiche del XXI secolo rimpiazzano il modello ormai antiquato delle alleanze militari. Da questo punto di vista sarebbe meglio se molti strateghi militari odierni studiassero un po’ di economia, dedicando più tempo all’analisi degli scambi commerciali anziché ai war-games e alle simulazioni tattiche.

Nel XXI secolo è più probabile che i conflitti umani trovino soluzione nei mercati, piuttosto che sui campi di battaglia. Infatti il calo di interesse del mercato americano e cinese verso il petrolio arabo, potrebbe avere interessanti sviluppi sulla guerra al terrorismo, sul processo di pace in Medio Oriente e sul conflitto afghano, laddove armi ed eserciti hanno finora fallito. Senza l’arma del ricatto petrolifero molti dei sostenitori occulti e palesi degli Hezbollah, di Al Qaeda e dei Talebani non disporranno più delle ingenti risorse finanziarie e politiche che ad oggi supportano le fazioni più estremiste dell’Islam. In un futuro non lontano, se il trend avviato da USA, Russia e Cina continuerà,  i paesi arabi e medio orientali potrebbero finire per pesare meno al tavolo delle trattative per la pace, incapaci di imporre politiche a loro congeniali per sopravvenuta irrilevanza economica. L’Iran stesso, costretto a competere con la nuova concorrenza russa,  dovrà mettere da parte le minacce ad Israele e cercare di trovare compratori anche tra i vecchi nemici, stemperando i toni minacciosi ai quali Ahmadinejiad ci ha abituato.

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