Oggi peggio dell'11 settembre 2001. Tra guerre, minaccia nucleare e...
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Tre sere fa un ospite inconsueto è intervenuto al talk show più amato d’America, il “David Letherman Show”: l’ex Primo Ministro britannico Tony Blair. Il conduttore, dopo alcune domande “leggere” ha chiesto a Blair se dopo l’11 settembre e dopo la reazione occidentale all’attacco di Al Qaeda il mondo fosse un posto migliore, o perlomeno più sicuro. Come era prevedibile la risposta dell’ex leader politico, protagonista nelle grandi decisioni su come condurre la lotta al terrorismo, è stata deludente. Dopo aver farfugliato alcuni slogan sulla necessità di rimuovere Saddam Hussein dal potere, di fatto ha glissato spostando la discussione sulla situazione israelo-palestinese.
Insomma se il mondo sia un posto più sicuro non ce lo ha detto. Proveremo noi a dare una risposta a Letherman, otto anni dopo l'attacco alle Torri Gemelle. Non è però cosa semplice, una superficiale occhiata ad un mappamondo ci rivela che le aree di crisi, ovvero dove il potenziale per una guerra è più alto, sono più numerose rispetto al 2001: Georgia, Ossezia, Cecenia, Nord Corea, Iran, Medio Oriente, Afghanistan, Myanmar, Kashmir, Ruanda, Somalia, Eritrea, Congo, Tibet sono solo alcuni dei luoghi del pianeta dove la parola è passata alle armi o potrebbe passare alle armi o dove le dittature esercitano la repressione con le armi .
Al contempo l’allarme terrorismo resta altissimo (solo pochi giorni fa alcuni cittadini britannici sono stati arrestati mentre pianificavano un attacco contemporaneo a più aerei passeggeri in volo transatlantico) e attentatori suicidi continuano a seminare morte in Afghanistan e Iraq. La guerra guerreggiata contro i protettori di Al Qaeda, i Talebani, procede a fatica e la normalizzazione dell’Iraq sembra essere ancora lontana, nonostante il ritiro di quasi tutte le truppe occidentali.
Il Pakistan resta un paese dotato di arma nucleare dove un governo poco solido potrebbe lasciar arrivare nella stanza dei bottoni la leadership talebana, il Nord Corea ha incrementato la propria corsa al nucleare parallelamente ai toni aggressivi verso i paesi confinanti e verso gli USA, analogamente all’Iran di Ahmadinejad. Facile concludere che oggi siamo più vicini ad un conflitto nucleare di quanto non lo fossimo otto anni fa e la naturale tendenza a voler vedere il bicchiere mezzo pieno non ci aiuta a sopravvalutare il momento di debolezza del nemico pubblico numero uno: Al Qaeda.
La multinazionale del terrorismo infatti, dopo quasi otto anni di guerra combattuta sulle montagne dell’Afghanistan, nelle banche compiacenti che custodiscono conti correnti riconducibile ai terroristi, nel sottobosco dei servizi segreti e nei campi di papavero da oppio necessario a finanziare l’organizzazione di Bin Laden, vede la sua rete fortemente indebolita, disarticolata, priva di risorse e perfino di nuovi seguaci. Una notizia di qualche mese fa, passata inosservata, ci racconta che l’ultimo messaggio audio di Bin Laden, che esortava i Somali a rovesciare il governo in carica, è stato passato da Al Jazeera a metà telegiornale, anziché, come di solito, all’inizio, chiaro segnale di perdita di consenso oltreché di interesse.
Non solo: il capo degli Ulema somali, movimento d’opposizione di solito considerato contiguo ad Al Qaeda, ha addirittura rilasciato una dichiarazione dove chiede “cosa vuole questo straniero che pretende di dire a noi cosa dobbiamo fare a casa nostra?”, una reazione impensabile solo qualche tempo fa. Persino il reclutamento di nuovi aspiranti suicidi è sempre più difficoltoso, tanto che ultimamente sono stati utilizzati handicappati, menomati psichici e donne, a significare che la strada del martirio appare sempre meno allettante alle ultime leve.
Complessivamente Al Qaeda sta vivendo un serio momento di difficoltà e di perdita di popolarità, tanto da dover fare ricorso a fonti di auto sostentamento in passato considerate disonorevoli come la produzione e il contrabbando dell’oppio afghano. Basta questo a compiacerci del passato pericolo? Certamente no, il pericolo esiste ancora e il fenomeno del qaedismo ha generato cellule imbizzarrite di operativi insospettabili pronti a colpire ovunque nel mondo anche senza l’input dei vertici di Al Qaeda, in totale autonomia operativa e strategica.
Tirate le somme ci ritroviamo in un mondo dove la minaccia terroristica non è soffocata e dove un conflitto nucleare potrebbe essere innescato da uno dei troppi paesi dotati di arma atomica. Dunque la risposta è no, il mondo non è un posto più sicuro. Per contro il mondo si ritrova a porre tutte le sue speranze nell’operato di Obama, confidando nella sua diversa visione del rapporto con i tradizionali nemici (Iran, Nord Corea, Cuba, Hezbollah, Talebani moderati, etc.). Al giovane presidente si finiscono per attribuire doti quasi messianiche nella convinzione che il suo presunto talento diplomatico possa ricomporre i dissidi esacerbati dalla politica neo-con della precedente presidenza. Ma questo non è un bene, perché finisce per sovraccaricare Obama della responsabilità di iniziative che coinvolgono anche i suoi alleati, senza che questi ne siano pienamente partecipi. Le diplomazie ONU e UE sperano che il presidente americano riesca a cavare le castagne dal fuoco per tutti, proponendo nessuna alternativa, nessun Piano B nel caso Obama fallisca. Il che non è escluso.
Arduino Paniccia
Globalist
www.arduinopaniccia.net



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