Strade liberate e quartieri da vivere. Una nuova idea di città
Dal caos traffico alla questione parcheggi, dai cantieri dei nuovi centri commerciali fino al problema casa. Un'ampia analisi della situazione urbanistica della Capitale, che punta alla costruzione di una nuova qualità della vita, alla valorizzazione delle economie locali e ad una generale “rigenerazione urbana”. L'INTERVENTO
Considerata la vastità dell’argomento, esprimere brevemente un parere sulle recenti scelte urbanistiche per Roma, segnalando le problematiche e suggerendo delle possibili soluzioni, non è cosa semplice, ma vale la pena provarci. Per ragioni di spazio sintetizzerò per punti.
Traffico e parcheggi: la scelta di realizzare dei parcheggi interrati in zone centrali, come i lungotevere, è da evitarsi categoricamente! Un parcheggio in zona centrale non serve a risolvere il problema del traffico, bensì lo acutizza, perché la “promessa”, o “speranza”, di trovare un parcheggio si tramuta in un invito a recarsi verso il centro utilizzando la propria auto. Diversamente, se si vuole risolvere il problema, bisogna operare a monte dello stesso: innanzitutto bisognerebbe creare degli incentivi ai residenti a non lasciare il proprio “quartiere”, il che vuol dire necessità di trasformare i quartieri meno centrali, e le vere e proprie periferie, in centri alternativi, ovvero in agglomerati urbani dotati di tutte le funzioni e luoghi per la socializzazione, con strade commerciali vive e sicure 24 ore su 24, dove la gente possa aver piacere di passeggiare e non venga costretta a “migrare” verso il centro, alla ricerca degli spazi socializzanti che le sono stati negati.

La cosa va di pari passo con la necessità di evitare il proliferare di centri commerciali, moltiplicatori di traffico e responsabili della sparizione del commercio lungo le strade.
Un sindaco di Roma che abbia a cuore la qualità della vita e la sicurezza dei cittadini, dovrebbe evitare la realizzazione di 16 nuovi centri commerciali che, sommati ai 22 già esistenti, faranno quota 38. Il proliferare dei centri commerciali è un danno gravissimo alla qualità della vita, perché annientando il commercio lungo le strade toglie sicurezza alle stesse. Queste strutture inoltre, obbligando all’uso dell’automobile, acutizzano quelle emissioni nocive per le quali, paradossalmente, i sindaci fingono di preoccuparsi organizzando le giornate a targhe alterne e le domeniche a piedi. Tutti i centri commerciali, romani e non, dimostrano l’insufficienza delle reti di trasporto atte a sostenere i volumi di traffico richiamati certe strutture … né, di certo, le infrastrutture (strade, parcheggi, illuminazione, ecc.) vengono realizzate a spese di chi promuove e apre i centri commerciali. I sindaci pensano di poter “fare cassa” con queste assurde concessioni, ma ciò che ne scaturisce sono solo due alternative: 1) lasciare che i romani “muoiano di traffico”; 2) oppure costruire le infrastrutture necessarie ad alleggerire il traffico, spendendo molto di più di quanto non si sia incassato dalle concessioni.
Dissuadere i cittadini dall’uso dell’auto è invece possibile migliorando il sistema di trasporto pubblico, ma questo non significa che si debbano per forza costruire nell’immediato nuove linee metropolitane: 1) perché occorrono anni di lavoro; 2) perché troverebbero ostacoli d’ogni tipo da parte di chi, per ragioni di tutela spesso immotivate, tenda ad impedire la realizzazione degli scavi, tramutando la propria battaglia di tutela in un supporto agli interessi di chi produce auto e petrolio.
In una città come Roma, semplicemente prendendo a modello il sistema londinese, ferma restando la necessità di creare delle ragioni d’interesse nei quartieri meno centrali, si potrebbero introdurre delle tasse, anche salate, per chi voglia utilizzare la propria auto in centro, potenziando al contempo le linee di trasporto pubblico in modo che la frequenza di passaggio non ecceda mai i 5 minuti: “liberando” le strade dalle auto – introducendo la tassa e aumentando gli autobus sempre meno gente tenderà ad utilizzare il proprio mezzo, specie alla luce di quello che è arrivato a costare il carburante! – garantire questa frequenza sarà più facile di quanto possa immaginarsi.
La forma della città e il problema della casa: in Italia, ormai da tempo, è un proliferare di movimenti che inneggiano allo “Stop al Consumo di Territorio” e alla salvaguardia dei “Beni Comuni”. Una città come Roma dovrebbe farsi capostipite di questi movimenti, invece risulta orientata in direzione diametralmente opposta. Le indicazioni attuali del PRG e del Piano Casa sembrano voler portare la città ad espandersi all’infinito, cancellando quel poco di campagna ancora sopravvissuta, e questo in assenza di un sistema di trasporto pubblico degno di tale nome!
Soprattutto, preoccupa l’idea di voler puntare sulla realizzazione di grattacieli che, oltre ad essere degli edifici “energivori”, non solo non servono a risparmiare il territorio, ma addirittura lo compromettono gravemente: un grattacielo è un accentratore di esseri umani e, conseguentemente, è un attrattore di traffico, poiché necessita di superfici asfaltate spropositate, proporzionate alle migliaia di “utilizzatori” dell’edificio. Inoltre ci sono troppi precedenti in giro per il mondo che dimostrano come questa tipologia edilizia, che nulla ha a che fare con la nostra tradizione, risulti economicamente disastrosa. Non è un caso se l’America si sia tirata fuori dalla stupida competizione in altezza, che vede solo i Paesi emergenti dell’est competere a suon di fallimenti! Piuttosto che ispirarsi a modelli di sviluppo orientati verso il consumo, dovremmo prendere ispirazione da casi come Detroit, un tempo simbolo del consumismo e dell’automobile, ed oggi divenuta quasi una “città morta”. Una città che 30 anni fa contava oltre 2.000.000 di abitanti, a causa della crisi industriale si è contratta a meno di 600.000 abitanti! Qui, a causa delle bande violente che sono proliferate a seguito della crisi, l’amministrazione pubblica ha provato ad aumentare le forze dell’ordine, ma non ha ottenuto alcun risultato, se non quello di aver speso tantissimo denaro pubblico, così ha avviato un programma di demolizione e ricompattamento della città, riportandola all’idea di città preindustriale dimensionata sull’uomo.
La cosa può essere un grande affare per la Pubblica Amministrazione capitolina, specie riconsiderando le parole di Giolitti pronunciate a seguito del fallimento comunale di fine '800: «Se in principio, nel 1870, vi fosse stata un’Amministrazione comunale che, intuendo l’avvenire di Roma, avesse acquistato le aree fino a 5 o 6 km intorno alla città, ed avesse compilato un piano di ingrandimento, studiato con concetti molto elevati, oltre ad avere creato una città con linee molto più grandiose, avrebbe anche fatto un’eccellente speculazione». Oggi, infatti, il nostro territorio è caratterizzato prevalentemente da vuoti urbani generati dalla politica delle “distanze di rispetto” dello “zoning” e degli standard urbanistici, che non hanno fatto altro che peggiorare la qualità delle città e il consumo di territorio. Quei terreni sono pubblici, e potrebbero utilizzarsi per “ricompattare”, dando loro una forma chiara e definita, i quartieri periferici. Questa soluzione è quella che ho più volte indicato nei miei libri, e che ho messo in pratica nei progetti di “Rigenerazione Urbana” del Corviale di Roma e dello ZEN di Palermo. Traendo partito dalle parole di Giolitti, e mettendo a frutto i tanti “vuoti urbani” di proprietà pubblica – e quindi calmierando il mercato fondiario e immobiliare – è possibile realizzare quartieri con cortine edilizie continue e varie, rispettose del carattere e delle tradizioni locali, che definiscano il margine stradale ospitando al piano terra negozi e botteghe.
In questi quartieri le case popolari e le altre dovrebbero mischiarsi in nome dell’integrazione sociale … come previsto già dalla Legge Luzzatti, e quindi come si faceva all’epoca in cui nascevano quartieri come San Saba, Garbatella, Testaccio, Città Giardino Aniene, Trionfale, Appio, Piazza d’Armi, Flaminio, ecc. Questi interventi, grazie anche alla nuova denominazione dello IACP in ATER, potrebbero riportare l’Ente a costruire in proprio, ed anche per conto terzi, l’edilizia pubblica e non, entrando in rapporto di “sana competizione” con i privati. Del resto, come ha scritto Insolera relativamente alla politica romana di inizio Novecento «in una città che ha l’edilizia come sua unica attività industriale, il deficit dell’amministrazione, può essere sanato proprio con una diretta partecipazione in tale ramo di investimenti». Nei miei progetti per Corviale e lo ZEN ho potuto dimostrare come questo genere di interventi possa realizzarsi azzerando le spese di costruzione degli alloggi popolari, grazie alla vendita degli appartamenti ed uffici eccedenti e, ovviamente, degli edifici speciali e dei locali a destinazione commerciale e/o artigianale collocati al piano terra che, fungendo da “centri commerciali diffusi”, aiuterebbero anche a riportare la sicurezza lungo le strade.
Questo modo, non nuovo, di gestire il pubblico denaro consentirebbe di abbandonare la politica fallimentare delle “Grandi Opere” (spesso inutili e dispendiose, affidate alle archistar e alle aziende private che operano secondo il modello “prendi i soldi e scappa” non lasciando nemmeno le briciole all’economia locale) per avviare quella delle “Opere Grandi” ovvero quelle opere meno vistose, ma utili al miglioramento delle condizioni di socio-economiche dei cittadini e dell’economia locale. Questi progetti, infatti, potrebbero generare migliaia di posti di lavoro e riverserebbero tanti soldi nelle casse pubbliche! Difatti, come i conti dei progetti citati dimostrano, non solo si possono azzerare i costi dell’edilizia pubblica, ma addirittura si possono guadagnare tanti soldi reinvestibili in situazioni analoghe.
di Ettore Maria Mazzola
architetto e professore presso University of Notre Dame School of Architecture Rome Studies


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