"Stanno divorando Roma". Grido d'allarme per la periferia

Su Affaritaliani.it torna l'appuntamento con lo scrittore e giornalista Raffale Gambari e la sua rubrica “La Roma che verrà” che, nella trentacinquesima puntata, incontra Giuliano Prasca, militante Pc, assessore nelle giunte di sinistra ed espero di urbanistica ma anche memoria storia della Capitale.


“Questa città è come il calcio: “C'è la partita di andata, quella di ritorno e poi Caltagirone. Dal '60 ad oggi l'abusivismo ha divorato 12 mila ettari. Lotto continuo ha cancellato le zone agricole”


“La Capitale è senza memoria e piena di egoismo, che molte volte confonde lo Spirito Santo con il Banco di Santo Spirito. Pasolini parlava di rio della Grana e non importa se questo rio è inquinato dal riciclaggio e dalla malavita”


“Oggi mancano i cronisti da marciapiede, quelli che una volta consumavano le scarpe girando per le strade e riuscivano a sentire il respiro e il dolore della città. Adesso sentono soltanto il rumore del computer”

Sabato, 3 dicembre 2011 - 13:00:00


di Raffaele Gambari

Giuliano Prasca, 78 anni, è una delle memorie storiche di Roma, fin dall’immediato secondo dopoguerra. Prima militante del Pci poi presidente dell’Unione italiana sport popolari, Prasca nato nel rione Celio e oggi abitante del popolare quartiere Cinecittà, esperto di boxe, è stato assessore alla Casa e al Demanio delle prime giunte comunali di sinistra tra il 1970 e il 1980, consigliere comunale, infine giornalista a “Paese Sera”, di cui fu anche presidente, e al Tg3 del Lazio.

Di lui ha scritto l’urbanista Vezio De Lucia: “Bella persona, ex pugile, giornalista sportivo che educava i giovani alla vita civile e democratica”. Ideò 40 anni fa la prima edizione della manifestazione “Corri per il verde”, quando le maratone erano un fatto soltanto agonistico e lo jogging era di là da venire facendo correre per anni, di domenica, migliaia e migliaia di romani, grandi e piccoli, nelle aree verdi abbandonate di periferia e nei parchi per sottrarli al cemento. Lo fece anche raccontando la nascita di campi di calcio, come quello dell’Albarossa, nel quartiere Tiburtino, popolare e di periferia, che “il campo se l’è fatto da sola e dove c’era il Lotto 7 spuntò un campo di lotta e di tempo liberato”. Un impegno che un giornalista ha ricordato con queste parole: “Giuliano Prasca, un comunista dagli occhi dolci e la grinta di un carro armato, che occupava campi incolti della periferia per salvarli dalla speculazione e organizzava delle partitelle di calcio con i ragazzini poveri del quartiere”.

Ma Prasca è stato anche quello che appoggiò l’idea di un urbanista del calibro di Antonio Cederna di fare un grande cuneo verde ed archeologico dal centro di Roma partendo da via dei Fori Imperiali fino all’Appia Antica, perché, come hanno scritto Ella Baffoni e Vezio De Lucia nel loro recente libro “La Roma di Petroselli, il sindaco più amato e il sogno spezzato di una città per tutti” (Castelvecchio editore), “è un instancabile animatore dell’iniziativa dal basso”, che “invita a dare del tu all’urbanistica“. E’ stato lui, con un’inchiesta su Paese Sera, nel 1980, ad anticipare lo scandalo del calcio-scommesse annunciando vertiginose puntate illegali a Roma sui risultati del campionato. Prasca è approdato anche al cinema, come autore del soggetto di “Pugni di rabbia”, un film drammatico di Claudio Risi, con Ricky Memphis protagonista.
 

acquedotto felice


La memoria storica per Prasca nasce tragicamente da lontano, dall’occupazione nazista, quando suoi quattro familiari furono trucidati da Erik Priebke alle Fosse Ardeatine. Non tanti anni fa, quando qualcuno chiese la grazia per questo criminale nazista, lui disse: “Che facciamo? Mettiamo una bella pietra sopra la storia”.
Ad Affaritaliani, che lo ha intervistato per la trentacinquesima puntata della rubrica di Raffaele Gambari “Roma che verrà”, Prasca ha esordito così: ”Questa città è come il calcio: c’è un girone di andata, uno di ritorno e poi Caltagirone”.

Nel libro “La Roma di Petroselli”, nel raccontare quel sindaco simbolo delle giunte di sinistra di oltre quarant’anni fa, lei scrive che la Capitale impedita da allora ad avere “una propria e moderna storicità, un sano programma urbanistico che, superando l’attuale spreco edilizio, non deve mirare a espandere la capitale (fino a dove, e perché?) ma a recuperare una vivibilità che a molti sembra compromessa”. Cosa significa questo, che Roma è rimasta bloccata, che il suo futuro è stato compromesso?

“Roma è una città garage, un garage immenso e accatastato, tra cumuli di rifiuti e mucchi di indifferenza. Le aree libere rischiano di diventare tutte piste di atterraggio delle cubature. Dal 1960 a oggi sono stati compromessi dall’abusivismo 12mila ettari di territorio. Negli Anni '60 del secolo scorso vivevano a Roma circa 70mila persone in 16.500 baracche, molte delle quali realizzate sotto gli archi degli acquedotti. L’assedio selvaggio di “lotto continuo” ha cancellato e distrutto zone agricole e anche vincolate che dovevano diventare veri e propri polmoni della città. La Capitale non ha bisogno di nuove espansioni edilizie, che rischiano di compromettere residui di verde ancora liberi ma di una politica massiccia di recupero e riqualificazione delle periferie nonché delle zone centrali e semicentrali. Altrimenti tra qualche tempo invece del festival del cinema la Capitale ospiterà il festival del metro cubo”.

Se si parla di Roma si parla sempre di mattone, di speculazione edilizia, di ministeri. Eppure Roma fino agli Anni ’70 del secolo scorso era anche una città industriale e bancaria. Perché e come è cambiata?

“E’ vero che Roma accetta tutto e non rifiuta niente a nessuno. La poesia di Gioachino Belli “Er mortorio di Leone dudescimosicommo”, più nota come la morte del papa, dà il senso di Roma dove dice che tutto finisce in una bella festa. Oltre le Mura Aureliane c’è l’Italia del consumo, quella che confonde lo sviluppo con il progresso come diceva Pasolini. Roma è una città senza memoria e piena di egoismo, che molte volte confonde lo Spirito Santo con il Banco di Santo Spirito. Pasolini parlava di rio della Grana e non importa se questo rio è inquinato dal riciclaggio e dalla malavita. Non a caso la malavita era riuscita con Enrico Nicoletti a mettere anche le mani sull’università di Tor Vergata”.

Chi comanda a Roma: i costruttori, che ormai hanno superato il binomio rendita fondiaria-edilizia, entrando anche nella grande finanza e nell’editoria come Gaetano Caltagirone o come hanno tentato di fare alcuni “furbetti del quartierino” tentando di scalare banche e grandi giornali come i Ricucci e i Coppola?

“Non comanda certamente il popolo, comanda ancora la rendita fondiaria, di posizione come certi negozi al centro o edicole in via Veneto. Comanda anche Caltagirone con l’Acea, le sue banche e le sue assicurazioni. C’è una rete di privilegi e conoscenze di cui l’esempio più evidente è Luigi Bisignani”.

Il Vaticano condiziona o comanda ancora politicamente ed economicamente la città come negli anni del secondo dopoguerra quando c’era la Società Generale Immobiliare e la Democrazia Cristiana?

“Il Vaticano pesa ancora. La conferma è quella tomba nella basilica di Sant’Apollinare che custodisce le spoglie di un esponente della banda della Magliana”.

Chi è stato il miglior sindaco di Roma, non certo secondo lei Veltroni, perché di lui una volta disse che “fa molto per Roma e poco per i romani”.

“Il miglior sindaco negli ultimi anni è stato Luigi Petroselli, che ha utilizzato tutte le intuizioni di Giulio Carlo Argan, che lo aveva preceduto, soprattutto per quanto riguardava i poli universitari, cioè la città della cultura. Petroselli diceva: ‘Se il sogno é ragione, noi siamo per il sogno, la nostra è appunto un’utopia della ragione’”.

Che informazione danno oggi i quotidiani e le emittenti radiofoniche e televisive a questa città?

“Oggi mancano i cronisti da marciapiede, quelli che una volta consumavano le scarpe girando per le strade e riuscivano a sentire il respiro e il dolore della città. Adesso sentono soltanto il rumore del computer”.

A chiudere, come sarà Roma che verrà?

“Sarà una città che passando lungo la via Ardeatina riuscirà a capire perché la più grande e drammatica opera architettonica è quell’enorme lastra che copre le tombe dei martiri delle Fosse Ardeatine e che testimonia il senso dell’oppressione dell’occupazione nazifascista. La città del riscatto e della liberazione e questo sarà il segno positivo di Roma moderna”.

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