Spaccio svaligiato dai militari. Due condannati

Processati tre militari citati in giudizio per il furto del 2006. Due di loro condannati con rito abbreviato, il terzo indagato vince la causa. Sigarette, schede telefoniche, centinaia di euro in contanti trafugati da uno spaccio della città militare della Cecchignola

Martedì, 11 ottobre 2011 - 12:41:16

Sigarette, schede telefoniche, centinaia di euro in contanti, confezioni di cioccolatini e decine di pile per radio portatili.
Si è concluso questa mattina il processo ai tre militari dell'Esercito Italiano citati direttamente a giudizio dal pubblico ministero Giuseppe Saieva con l’accusa di furto aggravato per aver svaligiato lo spaccio della caserma militare "Scuola delle trasmissioni della Cecchignola" forzando con violenza la porta d'ingresso dell'esercizio.
Il colpo fu messo a segno verso l'una di notte del 26 novembre 2006.
La mattina seguente il titolare dell'esercizio commerciale all'interno della caserma, un civile, trovò lo spaccio devastato e sporse denuncia ai carabinieri.
Vennero quindi avviate le indagini e il comandante della compagnia assunse informazioni da alcuni caporali della caserma i quali hanno riferirono di aver visto, proprio verso l'una di notte del 26 novembre, tre loro commilitoni vestirsi e allontanarsi dalle camere con fare sospetto, nonostante fosse già suonato il silenzio.
Il processo, concluso questa mattina, si è svolto dinanzi alla seconda sezione penale del Tribunale di Roma.
Due di loro hanno optato per il giudizio abbreviato e sono stati condannati a 2 mesi e 20 giorni di reclusione.
Il terzo sottufficiale, difeso dagli avvocati Gianluca Arrighi ed Emanuela Santarelli, è stato invece assolto con formula dubitativa per non aver commesso il fatto.
Visibilmente soddisfatto, l’avvocato Arrighi ha dichiarato: “Il tribunale ha ritenuto che per il nostro assistito non sia stata raggiunta la prova della responsabilità penale. Quanto al verdetto con formula dubitativa – ha aggiunto il noto penalista e scrittore - è opportuno precisare come il codice operi una distinzione tra la cosiddetta formula piena e quella dubitativa esclusivamente sotto il profilo letterale, poiché secondo la legge gli effetti della sentenza di assoluzione sono sempre pieni e liberatori a prescindere dalla formula utilizzata dal giudice”.

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