Storie di sesso, coltelli e clandestini. Un giorno qualunque in tribunale

Sabato, 4 dicembre 2010 - 11:08:00


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Gianluca Arrighi
Di Raffaele Gambari

Gianluca Arrighi è un brillante avvocato penalista e uno scrittore di successo, ha 38 anni, è di Roma. Conosce miseria e nobiltà degli uffici della procura e delle aule di piazzale Clodio. Dice che tutte le cause lo appassionano, ma in particolare le storie di malagiustizia, quelle che spesso bollano come "mostri" coloro che, in realtà sono solamente vittime di errori giudiziari. E di storie criminali, di vite quotidiane, Arrighi, cultore di Diritto Penale all’università La Sapienza, dove si è laureato a pieni voti nella facoltà di giurisprudenza, moglie avvocato civilista, due figlie, nato e residente ai Parioli, ne ha viste tante. Le ha raccontate nel suo primo romanzo “Crimina Romana” (2009, Gaffi editore), subito rivelatosi un best seller. Tutto da leggere, ad esempio, il racconto che Arrighi fa del famoso Robin Hood di Testaccio, “er Tapparella”, così chiamato per la sua tecnica di scassinare le serrande per entrare negli appartamenti o quello di un’anziana cantante lirica a cui avevano distrutto il sepolcro del marito per far posto ad una cappella ultramoderna. 

Crimina Arrighi
La copertina
Lei è un giovane avvocato penalista, ma già di comprovata esperienza, con un nome molto conosciuto sulla cronaca nera e giudiziaria dei giornali e delle televisioni per i numerosi processi di cui si è occupato. Ha anche  difeso personaggi della Roma popolare e nel suo romanzo “Crimina Romana” ha raccontato storie di truffe, di assassini, di furti, di guardie e ladri. Come e’ la criminalità a Roma?
“Sino alla fine degli Anni ‘60 la malavita romana era ancora strutturata in piccoli gruppi, ognuno padrone del proprio territorio. I piccoli “boss” di  quartiere vivevano di furti, gioco d’azzardo, contrabbando di sigarette e sfruttamento della prostituzione.  I contrasti si risolvevano ancora a coltellate.  Le grandi rapine avvenivano quasi esclusivamente nell’Italia del nord ed erano compiute da bande organizzate in modo militare. A Roma si respirava una sorta di età dell’innocenza, era una mala “casereccia”, un po’ come quella descritta nei primi romanzi di Pasolini. Il grande cambiamento avvenne quando, poco prima della metà degli Anni Settanta, nella capitale vi fu l’avvento dei Marsigliesi, la banda di gangster italo francesi.  Con loro giunse anche l’eroina e, con essa, un gran movimento di denaro.  I “boss” romani fiutarono subito l’affare adeguandosi a quella nuova e “scientifica” forma di criminalità, come fece la Banda della Magliana. Oggi la cronaca nera racconta invece di delinquenza giovanile nei quartieri, come l’omicidio all’arma bianca avvenuto nel 2009 in via del Gazometro, di  fronte a un bar, dove dagli insulti si è passati ai coltelli, con un bilancio tragico: un ragazzo morto e tre ragazzi gravemente feriti. Oppure di spedizioni punitive per regolare i conti, come quella di pochi giorni fa, un venerdì notte,  fuori da una discoteca, in via Libetta, nel quartiere Ostiense, dove un ragazzo di 16 anni è stato massacrato di botte. Poi bisogna sottolineare l’aumento esponenziale dei reati sessuali, al punto che sia tra le forze dell’ordine che tra i magistrati inquirenti sono stati creati pool specialistici a qui vengono assegnate le indagini per questa tipologia di reati. Il problema che dobbiamo porci è il motivo di questo aumento’’.

Quali sono i motivi?
“Senza essere bigotto molto, a mio avviso, si deve all’avvento di Internet,  che oramai  è entrato in tutte le case degli italiani. E se, da una parte, è uno strumento  culturalmente formidabile, che permette di conoscere il mondo in tempo reale anche nel paesino più sperduto, dall’altra fornisce un accesso indiscriminato e incontrollato alla pornografia, anche estrema. Quando io ero ragazzo, e non parlo certo di 100 anni fa, al massimo si poteva rubare qualche scena di sesso sul settimanale “Le Ore” o sulle tv private con i film di Edwige Fenech o di Laura Antonelli. Oggi una persona psicologicamente fragile o disturbata può invece vedere in rete qualsiasi cosa, senza limiti di sorta, con la possibile conseguenza di non riuscire più a controllare le proprie pulsioni sessuali. E questo trova conferma nelle statistiche: in quasi tutti i casi di violenza sessuale, di pedofilia e di pedopornografia, nelle perquisizioni domiciliari effettuate nei confronti degli autori di questi reati vengono trovati e sequestrati computer con all’interno centinaia o addirittura migliaia di file pornografici scaricati da internet.. Queste persone, ripeto fragili e disturbate, quando sono in casa, sole, chiuse nelle loro stanze, vedono attraverso Internet un’altra realtà che non corrisponde a quella effettiva, vivono in qualche modo “scollati” dal mondo esterno e, una volta fuori, possono voler provare a realizzare quelle fantasie estreme e quelle perversioni viste su Internet. Quanto ai pedofili, poi, bisogna fare particolare attenzione. Il pedofilo rimane quasi sempre nascosto, nell’ombra, all’apparenza spesso è una persona per bene, un insospettabile, che poi magari attraverso i circuiti online internazionali scambia con altre persone video e file dal contenuto pedopornografico. Questo è il lato oscuro di Internet. Ci sono state alcune iniziative legislative per arginare il fenomeno, che è di grande allarme sociale, ma ancora si è fatto troppo poco”.

Lei parla di coltelli, di violenza, di reati sessuali. Allora Roma è una città più violenta delle altre?
“Direi di no. Roma è una città violenta tanto quanto le altre città italiane. Tuttavia, essendo la Capitale, ha proiettato su di sé un fascio di luce che la illumina in modo particolare. E’ vero che a Roma vengono commessi reati di sangue, ma ciò avviene come nel resto del nostro paese e, francamente, non mi sento di stigmatizzare Roma come una città più violenta di altre”.

Lei frequenta ogni giorno il palazzo di giustizia di piazzale Clodio. Come si naviga in quello che una volta era definito un porto delle nebbie? È cambiato? È sempre il palazzo di “Un giorno in pretura”?
“Sulle grandi inchieste molto è cambiato. Il tribunale di Roma non è più il vecchio porto delle nebbie dove si arenavano le indagini, soprattutto perché ormai sulle inchieste giudiziarie più importanti c’è una grandissima e costante attenzione dei media. Quanto alla criminalità comune, quella “giornaliera”, degli arresti in strada e dei processi per direttissima, ha sempre più come protagonisti i cittadini extracomunitari. Il reato più comune è proprio quello di essere clandestino, ossia di risiedere in Italia senza il permesso di soggiorno. Gli extracomunitari clandestini vengono identificati, arrestati, portati nelle celle di sicurezza, processati l’indomani per direttissima e poi, di regola, rimessi in libertà. E si ricomincia da capo. La giustizia “giornaliera” è fatta però anche dal micro-spaccio di sostanze stupefacenti, dai borseggi, dalle risse, dai furti in appartamento".

Come vorrebbe che fosse la giustizia a Roma e se dovesse riformarla, in questa città come nel resto del Paese, cosa farebbe?
“E’ un problema complesso. Trascorrono gli anni, si alternano governi di centrodestra e di centrosinistra, tutti dicono di voler risolvere i problemi della giustizia italiana, ma nessuno sinora c’è riuscito. Si parla tanto di riforme, ma in realtà il codice di procedura penale va bene così com’è. Certo, tutto è perfettibile. Ma il punto non è questo; innanzitutto i magistrati sono pochi rispetto al carico giudiziario che devono affrontare. Molti di loro lavorano alacremente, sono veri e propri uomini dello Stato, ma purtroppo ve ne sono tanti altri che lavorano poco e male. Il Consiglio Superiore della Magistratura inoltre, salvo casi eccezionali ed eclatanti, quasi mai emette provvedimenti disciplinari realmente afflittivi nei confronti dei magistrati inefficienti. A fronte di tanti validissimi magistrati, ce ne sono quindi molti altri che invece si comportano come i peggiori dipendenti statali, mirando solo allo stipendio di fine mese e lavorando il minimo indispensabile. L’altro grave problema che affligge la giustizia italiana è la carenza di organico del personale amministrativo, numericamente scarso e poco aggiornato. Bisognerebbe inoltre informatizzare molte delle attuali procedure. Qualcosa è stato fatto in questa direzione, ma è ancora troppo poco. Quindi, riassumendo, maggiore efficienza dei magistrati, sanzioni effettive per quelli inefficienti, informatizzazione e riqualificazione del personale amministrativo. Queste sono, a mio avviso, le soluzioni al problema del malfunzionamento della giustizia e che prescindono, come si vede, da complesse e inutili riforme legislative del codice di procedura penale”.

 

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