Servizi e attentati: dopo 28 anni si cerca la verità

Venerdì, 17 giugno 2011 - 09:33:00


di Titta Poli

Figlia di un commesso della Prefettura Pontificia, Emanuela Orlandi scompare il 22 giugno di 28 anni fa in pieno centro a Roma. Alle 16 esce dalla palazzina di largo Sant’Egidio dentro le Mura Vaticane, dove abita con la famiglia, per andare a lezione di canto alla scuola di musica in piazza Sant’Apollinare a due passi da Piazza Navona, e non torna più. Dopo pochi giorni inizia il balletto estenuante di telefonate, messaggi, rivendicazioni, richieste per la liberazione di Ali Aga, l’attentatore del Papa, l’uomo che il 13 maggio di due anni prima aveva sparato a Giovanni Paolo II in piazza San Pietro. L’immagine della ragazzina con la fascetta sulla fronte sarà sempre associata a quella del terrorista, grande accusatore dei turchi e poi grande ritrattatore, l’uomo dei colpi di scena. È convinzione comune ormai che il sequestro fu orchestrato in continuità con l’attentato a Papa Wojtyla. Sei giorni dopo la scomparsa di Emanuela, Agca, che aveva iniziato a collaborare nell’inchiesta-bis sull’attentato al Papa, dichiara di voler ritrattare la versione fornita sui mandanti.

Da sempre sostenitore della pista “turco-bulgara” è il magistrato Ferdinando Imposimato che si è occupato del caso per anni come giudice istruttore prima, come legale della famiglia Orlandi più tardi. Nell’ultimo libro “Attentato al Papa” edito da Chiarelettere scrive: "Al di là dell’esito dei processi, c’è un collegamento indiscutibile tra il progetto di assassinare L. Walesa, l’attentato al Papa e il caso Orlandi. Nelle 3 vicende ritroviamo i Servizi Segreti dell’Est, i Lupi Grigi usati come schermo e il Papa come obiettivo da colpire..... la mia convinzione è che la regia dei due sequestri sia tutta interna all’ambasciata bulgara a Roma; che l’impulso sia venuto dai due agenti segreti bulgari e falsi giudici, Petkov e Ormankov. Furono loro a pianificare il rapimento e a manovrare inizialmente i due italiani Mario e Pierluigi forse legati alla criminalità romana”.
Del collegamento con l’attentato a Wojtyla sono da sempre convinti anche la famiglia Orlandi e, in particolare, il fratello maggiore Pietro che non hanno mai smesso di continuare a chiedere la verità e a combattere perché emerga qualche nuovo elemento di speranza. Per sollecitare l’attenzione dei media e della magistratura Pietro Orlandi ha raccontato in un libro “Mia sorella Emanuela” (EdizioniAnordest), scritto a quattro mani con il giornalista Fabrizio Peronaci, Emanuela come nessuno l’ha mai fatto prima.

Il processo, che era stato chiuso senza aver trovato una risposta, è stato riaperto dopo le rivelazioni fatte nel giugno del 2008 da Sabrina Minardi, ex moglie del giocatore della Lazio Bruno Giordano ed ex amante del boss della banda della Magliana Renatino De Pedis, sepolto nella Basilica di Sant’Apollinare a pochi metri dal luogo della scomparsa di Emanuela. Secondo la Minardi, Emanuela sarebbe stata uccisa e il suo corpo, rinchiuso dentro un sacco, gettato in una betoniera a Torvaianica. Ma la cosiddetta “pista della Banda della Magliana” ha da sempre rivelato molti angoli oscuri. Secondo Pietro Orlandi se coinvolgimento c’è stato, il ruolo della criminalità romana sarebbe stato esclusivamente quello della manovalanza. I mandanti, insomma, vanno cercati altrove. La verità è bellissima, talvolta complicata. Però non ammette scorciatoie. Non può essere un’operazione a togliere” scrive nel suo libro Pietro che nel gennaio del 2010 ha voluto incontrare Ali Agca. Durante il colloquio privato a Istanbul, il turco avrebbe rivelato nomi e circostanze che potrebbero aprire nuove speranza. Ma, a distanza, di un anno e mezzo, Pietro non è stato ancora convocato dalla magistratura.

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