Roma sciupona, lascia il trofeo a Milano. 300 vandali giallorossi devastano un autogril
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di Damiano Vozzolo
Brutto pasticcio quello del Meazza. Iniziato già sabato con la ricorsa della Questura di Firenze e della Polstrada lungo l’A1. è qui, all’Autogrill Giove Est, tra Orte e Attigliano che gli pseudo tifosi hanno dato il peggio, danneggiando e rubando come se fosse un tour di vandali.
È finita con 15 pullman bloccati nei piazzali e 300 supporter sottoposti alle procedure di identificazione. L’esito delle indagini della Questura di Firenze verrà trasmesso a Roma dove si preparano denunce e forse arresti. Allo stadio Meazza, il copione orribile volta pagina. Insulti e fischi nel minuto di silenzio per la scomparsa di Cossiga e lancio di fumogeni con cori razzisti. Tanto che nel secondo tempo l’arbitro è stato costretto a sospendere la partita.
Sul campo per la Roma è figuraccia. L’Inter è il solito insaziabile tritacarne, la Roma un inguaribile romantica. Giallorossi tutto cuore, cervello e pochi nervi saldi. Un regalo così neanche gli uomini di Benitez se lo aspettavano. La vigilia dell’incontro era stata caricata a mille: un misto di spirito di revanche per i giallorossi, la volontà di confermarsi campioni per i nerazzurri. Si arriva all’appuntamento topico dell’estate calcistica e il Riise che non ti aspetti segna l’illusione che finalmente possa svanire il marchio infamante di "zero tituli" di portoghese memoria.
Ma fra errori madornali e cali di attenzione l’Inter fa la cinquina in Supercoppa (la prima nel 1989) e la Roma torna a casa con il solito trofeo: quello del pubblico più bello. Trofeo che inizia a non bastare più: non può e non deve bastare. Ora gli uomini ci sono, c’è un signor tecnico e ci sono le idee chiare sugli obiettivi. Devono arrivare, e al più presto, la lucida concentrazione e la ferrea determinazione a rimpinguare l’anemica bacheca di Trigoria.
Proprio da Trigoria Francesco Totti, la settimana scorsa, aveva tuonato forte per i suoi ribadendo la compattezza del gruppo ed escludendo che ci fossero "rematori contro". In campo sabato sera si era visto un ottimo numero dieci: visione di gioco, lanci lunghi calibrati, capacità di movimento con e senza palla. Insomma, il "solito" fuoriclasse, magari non al cento per cento, ma sempre Francesco Totti. Quello che, poi, tutti i tifosi giallorossi sognavano (lancio lungo di Totti per Adriano che di potenza spaccava la porta di Julio Cesar) non si è avverato neanche dopo la metà del secondo tempo con il debutto in giallorosso del presunto Imperatore.
Il brasiliano è apparso disorientato e spento. Troppo pochi venticinque minuti per giudicarlo: prematuro il titolo imperiale, troppo presto per una pubblica crocefissione (pratica assai diffusa a Roma) "Adriano – ha affermato Ranieri – sta lavorando molto bene, ha bisogno di tempo, si sta inserendo, deve migliorare. In generale mi aspettavo qualche cosa di più da lui e un po’ da tutti e per questa ragione posso essere soddisfatto soltanto in parte". Soddisfatto o no, fatto sta che la "maledizione dei tecnici romani", quella per cui mai nessun tecnico capitolino ha alzato al cielo un trofeo con la Roma, pare aver colpito anche il buon Claudio Ranieri da San Saba. Chi, invece, non sembra credere alle maledizioni romane è Nicolas Burdisso, sempre più fermamente intenzionato a prendere la residenza sotto al Cupolone.
Dai diesse Pradè e Branca la palla è passata direttamente ai presidenti Sensi e Moratti. E' attesa la fumata bianca che porrà fine al tormentone dell’estate.



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