Rifiuti, commissariamento caos. Ecco perché
Il piano rifiuti del Lazio va di nuovo in alto mare. Nonostante i manifesti firmati dalla presidente Renata Polverini che ha tappezzato la città con i risultati presunti delle decisioni dell'esecutivo, il Consiglio regionale ha rinviato a settembre ogni decisione sul piano che dovrebbe garantire l'uscita della Regione dall'emergenza. Col piano fermo, ecco però che si apre una nuova emergenza ed è quella della discarica di Malagrotta. La chiusura dell'impianto di smaltimento più grande d'Europa ora è in mano ad un commissario straordinario, il prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, voluto a tutti i costi dalla stessa presidente della Regione che, come il sindaco Alemanno, ha rimesso ad altri la responsabilità.
Ecco il dossier che riassume tutte le criticità della situazione e che Affaritaliani.it ha sfogliato nella sede della Regione Lazio in via Rosa Raimondi Garibaldi. Per Pecoraro, il quale attende ancora il decreto di nomina anche e soprattutto per capire quali sono i margini che il Consiglio dei Ministri intende affidargli, si apre una stagione decisamente difficile. Nelle intenzioni della Regione c'è la chiusura di Malagrotta che potrà essere realizzata solo dopo aver individuato un sito provvisorio dove stoccare nel rispetto delle severe leggi ambientali i rifiuti di Roma, Vaticano compreso. Dunque, il prefetto-commissario straordinario dovrà per prima cosa trovare un sito temporaneo e affrontare l'inevitabile sollevazione dei residenti, una sorta di Malagrotta-bis, e poi dovrà anche individuare come realizzare l'impianto e cioè: con una gare d'appalto, oppure approfittare dei poteri (ma devono essere ancora formalizzati) e procedere ad un incarico diretto in virtù dell'emergenza. Quindi individuare a discrezione il soggetto imprenditoriale al quale ordinare la nuova discarica. E tutto entro tre mesi, pena il differimento della chiusura di Malagrotta previsto per la fine dell'anno. Diversamente dovrà mettere mano ad una nuova proroga, soprattutto se deciderà per il bando pubblico.

Malagrotta
E questo senza considerare le popolazioni residenti che non starano certo a guardare. Scartata Fiumicino per le proteste infinite degli ultimi giorni e con Testa di Cane dove la sommossa monta di ora in ora, resta l'ex cava al confine tra il Comune di Roma e quello di Riano, un terreno di proprietà della famiglia Boncompagni-Ludovisi che, secondo quanto risulta ad Affaritaliani.it, i principi avrebbero già concesso in uso ad una società. Cosa farà il prefetto? Con un'ordinanza requisirà l'area e poi compenserà proprietari e contraenti in seconda battuta a prezzi di mercato? Procederà all'acquisto? E come affronterà la popolazione? Tutti quesiti, questi, sui quali si regge il delicato equilibrio di sistemi che dovrebbe portare alla chiusura del sito storico romano.
C'è anche un dopo. Ammesso che il commissario riesca nell'impresa, c'è la vicenda del “capping”, cioè della chiusura ermetica di Malagrotta. Sempre secondo il dossier riservato della Regione Lazio, la società Colari ha chiesto più volte la conferenza dei servizi per autorizzare lavori per circa 100 milioni di euro che dovrebbero trasformare la “città della monnezza” in un parco con piante di alto fusto, essenze e pure un lago artificiale. Solo che il costo, non compreso nel prezzo di conferimento dei rifiuti, sarebbe a carico della Regione. Che in cassa non ha un lira per questo lavoro. Insomma, la soluzione commissariale ha avuto come primo effetto lo scarico di responsabilità per Comune di Roma e Regione Lazio. La palla passa al commissario, mentre la politica gira nel vuoto. La Regione Lazio si prende la pausa estiva per meditare sul piano, mentre il Comune sbandiera ai quattro venti il ricorso al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar che solleva la gestione di Malagrotta da ogni responsabilità sull'inquinamento della falda. Il sindaco, facendo la voce grossa, ha annunciato il ricorso. Praticamente un atto dovuto come responsabile sanitario.



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