Pacifici: "La sfida vera è il confronto con gli immigrati islamici". L'intervista

Sabato, 8 gennaio 2011 - 10:00:00

Di Raffaele Gambari

Ha cominciato da ragazzo a impegnarsi per difendere le ragioni di Israele e a far uscire dal ghetto dei pregiudizi  in cui a Roma erano chiusi gli ebrei dopo l'attentato alla Sinagoga, quando un commando di palestinesi uccise un bambino di 2 anni,  Stefano Gaj Tachè, che con tante famiglie ebree partecipava ad una festa religiosa. Da allora, era il 1982, Riccardo Pacifici, 46 anni, sposato, quattro figli, è stato un protagonista degli ebrei romani, prima come presidente del Movimento degli Studenti Ebrei fino a diventare 2 anni e mezzo fa presidente della Comunità ebraica di Roma, la più antica e la più numerosa d'Italia, che solo come iscritti conta 15mila persone.
"Ho voluto dare dignità e voce al popolo degli ebrei di questa città, non soltanto alla borghesia intellettuale, ma anche alla pancia di questo popolo, a figure spesso non coinvolte nella nostra vita comunitaria'', dice Pacifici, sempre in prima fila contro l'antisemitismo eil razzismo, studi nelle scuole ebraiche, diploma di ragioniere conseguito nell'istituto Rosolino Pilo, nel quartiere di media borghesia Monteverde Vecchio, dove abita.  Con un'esclusiva ad Affaritaliani Pacifici  era intervenuto sul processo di beatificazione di papa Pio XII, sui suoi silenzi sulle atrocità del nazismo e sulla razzia del ghetto di Roma. "Se la Chiesa vuole beatificare papa Pacelli - aveva detto - è un  suo affare interno e noi ebrei non entriamo nella questione, ma sul suo silenzio ho delle cose da dire. Le sue colpe illustrano un volto di un uomo che con tutte le sue debolezze di certo non è stato un eroe".

Come è cambiata la Comunità Ebraica di Roma in questi ultimi anni; è rimasta abbarbicata al ghetto, come se fosse sempre chiusa in se stessa, come se fosse ancora legata a quell'immaginario collettivo dell'ebreo negoziante?
"Il mio stile, che è risultato vincente nella Comunità , è stato quello di dare non solo voce al popolo e alle persone più lontane, ma un mondo che ha un target variegato ed eterogeneo. Verso l'esterno la mia idea è stata quella di far uscire la Comunità da una visione che era molto chiusa, di dare ruolo alle nostre identità per contribuire al dibattito nel paese e nella città, con una voce sincera anche quella che non fa piacere sentire.  Ribaltando il concetto di non dimostrare di essere uguali agli altri, che non aveva più senso negli anni 80. Tanto più diversi ma con pari diritti e pari dignità facendo risaltare la diversità. Un altro faticoso lavoro sotterraneo che abbiamo fatto è stato quello di sottrarre all'immaginario collettivo che l'ebreo non è solo la vittima della Shoah o il "carnefice del Medio Oriente", ma  un gruppo identitario tra i cittadini italiani, portatore di una memoria che non è solo il passato ma presentarci nel dibattito per far sapere dove va l'ebraismo, di misurarci nella conoscenza dell'altro. Ad esempio, nel nostro quartiere c'è un museo ebraico che non è un museo della Shoah ma una testimonianza della nostra storia e delle nostre tradizioni; c'è una libreria ebraica, che si affaccia in strada, creata con l'idea di favorire la ricerca di argomenti ebraici, aperta a tutti e non solo per pochi addetti ai lavori, perché offre opportunità sia nell'acquisto di opere sia nella consulenza. Il  quartiere è cambiato, ci sono ristoranti kasher, una piazza pedonale dove la gente si incontra, c'è un antico istituto scolatico, prima abbandonato, il Quintino Sella, che era ridotto a 100 alunni,  ora con più di mille bambini, diventato un piccolo salotto culturale, un polo di letteratura ebraica. Non ci siamo rinchiusi nel ghetto, siamo noi quelli che facciamo la guida a chi viene da fuori a visitare il quartiere, che non è un quartiere museo, perché vogliamo far vedere chi siamo oggi e quelli che saremo". "La Comunità Ebraica di Roma è stata in passato per tradizione e storia un pezzo importante in città della sinistra in generale e del vecchio Pci in particolare, pur con conflitti e spaccature in quel partito come ad esempio per le guerre arabo-israeliane. Ora non sembra più così, tanto che al momento della sua elezione a presidente ci fu una parte della comunità e dello stesso consiglio che la accusò di aver portato gli ebrei romani ad aprire al centrodestra. Ricordo che in anni non lontani in consiglio comunale c'erano consiglieri ebrei eletti nel centrosinistra, oggi non più".

Qual è  la posizione della sua comunità nei confronti della centrosinistra e del centrodestra?
"Alle ultime elezioni comunali ho votato Rutelli, questo dice tutto, mettiamo le mani avanti. Mi farebbe comodo dire il contrario e lo sa anche il sindaco Alemanno. Di certo la Comunità non ha fatto campagna elettorale né per Rutelli né per Alemanno. Non ho un mandato per rappresentare politicamente i miei iscritti, posso esprimere valori, che a volte possono coincidere con quelli del centrosinistra o del centrodestra, non con un partito. L'unica eccezione che facemmo, e non la critico,  fu in occasione della campagna elettorale tra Rutelli e Fini, dove c'erano un candidato postfascista e un candidato post-radicale e quindi esprimemmo un voto per Rutelli, anche perché nella sua militanza radicale fece battaglie per i diritti degli ebrei nell'Unione Sovietica. Certamente l'acqua è passata sotto i ponti. Ci sono sempre buoni rapporti con Rutelli e sono cambiati in bene quelli con Fini. In questa legislatura ci sono parlamentari ebrei sia nel Pdl sia nel Pd. Nella sinistra c'erano stati uomini che erano stati antifascisti, avevano combattuto nella Resistenza, avevano fatto la Costituzione. Il crack c'è stato tra il 1967 e il 1970".

Quale fu il motivo?
"Da Mosca agli ebrei italiani fu chiesto di stare con il partito comunista o con la Comunità ebraica. Solo una minoranza rimase con Israele, come Fausto Cohen e Umberto Terracini. Questo corto circuito si protrasse fino al 1982 anche tra gli ebrei di sinistra per ciò che succedeva nel Medio Oriente, e fu lacerante come per l'appello contro la strage dei palestinesi a Chabra e Chatila, in Libano, attribuito agli israeliani mentre invece fu commesso dai cristiani maroniti. Venne lanciato da due quotidiani e quelle firme ancora pesano. Nacque allora il Movimento degli studenti ebrei, che fece una battaglia nell'università per spiegare le ragioni di Israele. Io ne ero il presidente. Nel 1991 ci fu la prima guerra del Golfo, con gli Scud lanciati contro Israele, che ne misero a rischio la sopravvivenza. Fassino, che era responsabile della politica estera del Pci, andò per solidarietà in visita in Israele e il segretario della sezione del Pci di via dei Giubbonari  venne dagli studenti ebrei e chiese di fare un dibattito con noi. Tra noi e la sinistra, con Zingaretti segretario della Fgci e Cioffredi di Non solo nero, si aprì la discussione. Con la Guerra del Golfo così si ruppe il ghiaccio tra noi e la sinistra che durava dal 1967. In quegli anni c'erano stati vicini i radicali e i repubblicani, finché nel 1994 entrò in scena Berlusconi, che incontrammo ad un congresso del Partito radicale, dove c'eravamo anche noi studenti ebrei e dove l'allora ministro Martino disse che era finita la politica estera italiana filoaraba e cattocomunista. Si apriva così la stagione di rispetto dello Stato di Israele, che proseguì con il primo governo Prodi e con quelli successivi. In questo scenario irrompe la visita di Fini in Israele. Tutto questo rompe il tabù del voto a destra, con una simpatia prima a Fi poi al Pdl. Mentre nei sette anni dell'Intifada i partiti minoritari del centrosinistra si erano divertiti ad assistere, partecipare o bruciare le bandiere di Israele. Nello stesso tempo però il Pd, grazie all'opera di Fassino, di figure come Napolitano,  Veltroni, Zingaretti e Rutelli, si era distinto per posizioni che rompevano il tabù del '67, che hanno riportato l'elettorato ebraico a guardare con simpatia il Pd. Tutto questo quadro testimonia che nei due schieramenti non esistono più tabù e di questo ne siamo orgogliosi".

In questi anni a Roma ci sono stati gesti di antisemitismo, con scritte oltraggiose, anche contro di lei,  su cavalcavia, muri o sulle serrande di negozi di ebrei. Perché questi gesti d'offesa, per caso c'è un pezzo dell'anima della città che è antisemita?
"No, non sono d'accordo. Le azioni di antisemitismo secondo normali canoni non le abbiamo registrate, se non in vicende diciamo "fisiologiche" che hanno trovato condanna unanime nella città e nel Paese. Per intenderci: l'antisemitismo che ci preoccupa è quello che registriamo in altri paesi europei, con aggressioni fisiche violente contro le istituzioni ebraiche o a singoli appartenenti alle comunità. Mi riferisco in particolare alla morte del giovane ebreo francese dopo che era stato atrocemente torturato da una banda di giovani di origini arabe. In Italia c'è ancora molta ignoranza, questo sì, che porta a forme di pregiudizio e di discriminazione antiebraica. Esiste, nel contempo, un rigurgito di un fenomeno 'antigiudaico'  di stampo di integralismo cattolico che cerca, anche se con difficoltà, di riaffermare tesi della Chiesa preconciliare. Tale fenomeno è la fonte sulla quale si alimentano gli antisemiti di destra e gli antisionisti di sinistra. Un fenomeno che percepiamo in diminuzione invece è quello del pregiudizio e di ostilità nei confronti di Israele. Oggi anche a sinistra, e con genuinità di intenti, viene abbandonata la tesi del contro-diritto di Israele ad esistere, seppur alle scelte di questo o quel governo di Israele. Per essere
ancora più chiari: avvertiamo rispetto a 20 anni fa ma anche a 10 anni fa, una maggiore simpatia nei nostri confronti e un rispetto ma soprattutto una sensibilità alle nostre istanze di ogni genere. Per questo nonostante tutto guardo al futuro con un certo ottimismo, almeno a Roma e in Italia".

Gli ebrei hanno una storia di diaspora,  sono arrivati a Roma 2020 anni fa e per secoli sono stati costretti a vivere chiusi nel ghetto fino alla breccia di Porta Pia. Qual è la vostra posizione verso gli immigrati?
"La tradizione ebraica impone un precetto: quello del 'dovere dell'accoglienza e dell'ospitalità verso lo straniero'. E' un precetto, non è solo un atto di cortesia. Inoltre esiste un dovere per l'ebreo che è quello di rispettare le regole delle leggi del Paese dove va a vivere e se quelle leggi non sono compatibili con la tradizione ebraica non ci si va. Per questo la mia personale idea, perché non ho la pretesa di rappresentare nessuno, è che ci si debba dotare di strumenti di solidarietà e di accoglienza verso chiunque desideri venir a vivere nella nostra città e nel nostro Paese, che non debbano essere solo azioni estemporanee e occasionali ma che devono essere radicate nel territorio e nella coscienza collettiva di ognuno di noi e nell'assoluta convinzione che l'arrivo degli immigrati da qualunque Paese provengano e qualunque sia la loro fede religiosa siano comunque una risorsa e un'opportunità di arricchimento per tutti. Nello stesso tempo e senza alcuna ipocrisia o finto perbenismo, dobbiamo pretendere che coloro che vengono a cercare fortuna da noi rispettino le leggi del nostro Paese, che condividano insieme a noi i valori della nostra Costituzione e i principi che l'hanno ispirata. In particolare come primo requisito il dovere di conoscere la nostra lingua affinchè possano meglio comprendere il Paese che li ospita e consentire a noi italiani di dialogare senza alcun equivoco con loro. Sono fermamente convinto che l'assenza di questi requisiti sono la fonte primaria e catastrofica di un perverso meccanismo di avvitamento attraverso il quale l'immigrato coltiva l'odio e il rancore per non essere compreso e noi cittadini italiani e europei costruiamo quel muro invisibile del pregiudizio per la poca conoscenza di questi nuovi cittadini. Il sistema americano, rigoroso seppur aperto alle istanze di chi fugge da paesi dove è in pericolo, è a mio avviso il modello migliore di integrazione al quale possiamo ispirarci. Un modello cosmopolita che consente a chiunque di far carriera, di integrarsi e di sentirsi cittadino di quel paese qualunque siano le proprie tradizioni. Un Paese che ha partorito tra i suoi cittadini come suo presidente Barack Obama".

Una parte consistente di immigrati è di religione islamica. Cosa rappresenta questo per un ebreo?
"Per noi ebrei la sfida dell'immigrazione è caricata dall'angoscia di doverci misurare con nuovi cittadini di religione islamica, i cui leader utilizzano in molti casi, fortunatamente non per tutti, lo strumento della predica dell'odio verso i 'sionisti e i crociati'. A loro vogliamo dire che la nostra mano sarà sempre aperta, come abbiamo già fatto per chi si riconosce nei principi di libertà, ma che siamo pronti a chiuderla e a difenderci con ogni mezzo lecito se dovessimo percepire un pericolo".

A chiudere: come romano che città vorrebbe per il futuro?
"Mi piacerebbe rispondere prima di tutto con una battuta: una Roma che si apra al mondo con le Olimpiadi del 2020, una straordinaria opportunità per veicolare da italiani e da romani quei valori di accoglienza e di amicizia che lo spirito delle Olimpiadi riescono a contaminare ogni singolo cittadino e che potrebbe positivamente una volta per tutte proiettare senza alcuna ambiguità la nostra città al pari delle grandi metropoli multietniche e poliglotte. Insomma, sottrarci da quel provincialismo che spesso anima le discussioni politiche di ogni genere. Ma troppi sono però gli anni che ci separano dal 2020. Per questo ci vogliono risposte chiare e inequivocabili per la città, che considero tra le più affascinanti ed emozionanti sul pianeta. Una città che i nostri figli possano guardarla con le stesse emozioni con cui la guardano i turisti, come se ogni giorno fosse per noi un privilegio di viverla con gli occhi del turista. Una Roma dove ogni romano ne conosca gli angoli più particolari e il valore immenso del suo patrimonio culturale, storico e artistico; quella Roma che 2020 anni fa i nostri antenati ebrei vennero a visitare, a prosperare economicamente e a diffondere la cultura ebraica da liberi cittadini, un contributo questo che ancora oggi rivendichiamo con orgoglio, quali tra i primi cittadini della nostra capitale".

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