“Ora basta con le spinte alla rottura”. Appello di Montino all'unità del Pd
di Fabio Carosi
Il prossimo appuntamento è la vendemmia. Poi si torna a fare politica e parlare di Partito Democratico, quell'oggetto del desiderio che a Roma e nel Lazio somiglia più ad un noumeno platoniano che a un'aggregazione politica. Dalle sue vigne della Maremma, l'ex reggente e ora capogruppo alla Regione, Esterino Montino, sceglie Affaritaliani per affrontare l'autunno del Pd di fronte ad un bivio: trovare un leader che coaguli le diverse anime e le tante energie, oppure un cammino condiviso attraverso un accordo. Sullo sfondo la madre di tutte le soluzioni: le primarie. 
Montino, perché questa crisi?
“Più che una crisi la definirei un eccesso di specificità, di punti di vista, di individualismi che non sfociano verso una presa di coscienza di condividere un progetto che c'è e di trovare una soluzione”.
Perdoni l'interruzione ma così da Platone passiamo direttamente a Kant. Stiamo facendo filosofia. Se non è una crisi cosa è?
“Va bene, ecco cosa penso. C'è solo il prevalere di spinte individuali, non c'è una dimensione politica che alimenta il dibattito. Meglio: spinte alla rottura”.
Le va di fare nomi e cognomi di chi “spinge”?
“É una situzione che riguarda tutti e alla quale hanno contribuito tutti, tutto il gruppo dirigente di Roma e del Lazio sia ex Ds che ex Margherita alla quale ha dato una mano l'attuale legge elettorale che non premia il candidato attraverso le preferenze”.
Provo a tradurre e mi dica se è d'accordo: a differenza del Pdl dove c'è un leader che definisce i candidati, il Pd non trova un accordo sulle posizioni, sulle nomine e sulle candidature. Così va meglio?
“È vero, nel Pdl comanda uno solo noi abbiamo il problema di avere tanti leader e dobbiamo solo riuscire a farli lavorare insieme. C'è una forza, ci sono degli obiettivi e c'è la possibilità di una rimonta anche a livello locale. Da questa situazione se ne esce con uno scatto d'orgoglio”.
Detto così sembra un appello. Chi invita allo scatto d'orgoglio?
“Zingaretti, Gasbarra, Astorre e poi Morassut, Meta, Di Carlo, Fichera e anche Miccoli, Visentin e i parlamentari D'Ubaldo, Cosentino e Tocci. Sono forze larghe, disseminate dai cattolici alla sinistra che ora devono rivedersi per un lavoro comune”.
Intanto che voi trovate un'intesa, la Polverini alla Regione va avanti. Che ne pensa?
“Che sinora ha fatto un buon lavoro di propaganda e continua ad avere la caratura di una persona energica e decisionista che è un elemento nuovo. Vuole sapere cosa ha fatto? Glielo dico subito: nulla. Penso alla sanità e vedo 2500 posti letto tagliati a fronte di una promessa di non toccare nulla. Di economia poi neanche a parlarne. Per uscire dalla crisi serve una strategia di sostegno e invece non c'è nulla”.
Parliamo proprio di economia. Anzi, di economie. Una delle accuse più ricorrenti della presidente Polverini è che avete lasciato la Regione con le casse vuote. Per non parlare del capitolo delle spese della Presidenza nel quale non c'erano rimasti neanche i soldi per un caffè. È vero?
“La signora pensa di stare ancora in campagna elettorale. Se avrà l'accortezza di guardare, il bilancio 2010, essendo io reggente, era un bilancio tecnico per dodicesimi. Fatta cento la posta, anche della presidenza, io ho inserito al massimo 50, tant'è che nell'assestamento ha dovuto rifinanziare i capitoli. E poi io il caffè me lo sono sempre pagato da solo”.



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