Ken Loach: "Amo Roma, ma non farò mai un film"

Mercoledì, 22 settembre 2010 - 15:03:00

ken loach
Ken Loach
di Valeria Luzi

Al suo arrivo, infatti, l’ormai settantaquattrenne regista inglese non ha trovato una ribalta internazionale come quella del Festival di Venezia o di Cannes ma la voglia di cultura, consapevolezza e riscatto che anima la periferia romane.
Nel posto che non t'aspetti, il Centro di Cultura Ecologica a Casal de’ Pazzi, arriva Ken Loach, uno degli autori contemporanei più attenti alle problematiche del mondo del lavoro e dell'impegno politico e sociale con i film “Riff Raff”, “Piovono pietre”, “Il pane e le rose”, “Terra e Libertà”, “La canzone di Carla”, e tanti altri capolavori, accolto da una platea di 500 persone. E Ken Loach sceglie Affaritaliani per un'intervista a tutto campo: dal cinema, alla cultura, alla politica.

Dopo aver allertato i suoi nemici affermando che i registi non vanno mai in pensione, Loach confessa: “ Amo Roma ma non potrei mai girare un film qui perché non conosco la vostra lingua e rischierei di fare un film da turista”.
Prende la parola un giovane tassista dal pubblico che dice al regista quanto sia ingiusto il fatto che in Italia lui e i suoi film non siamo molto conosciuti.

Ken Loach risponde, scherzando: “Per fortuna in Inghilterra non è così quindi se vuoi venire a fare il tassista da noi. In realtà a me non importa di essere conosciuto o meno, il vero problema è che la società non possiede i cinema e quindi i nostri film tendono a non essere proiettati nelle sale cinematografiche. Anche nei teatri o nelle gallerie non si possono avere spettacoli o mostre solo di un genere o di una nazionalità e questo è ciò che succede nei cinema quindi dovrebbero poter esistere cinema pubblici nei quali  poter  proiettare film da tutto il mondo e non solo i soliti film americani tutti uguali. Bisognerebbe trattare il cinema nello stesso modo in cui viene gestito il teatro. La programmazione dei cinema dovrebbe essere curato da chi ha a cuore la varietà del cinema e non da chi pensa solo ai soldi”.


Come mai ha scelto di raccontare la vita del calciatore Eric Cantona nel suo ultimo film “Il mio amico Eric”?
“Nel mio paese i tempi sono molto duri e anche nel vostro, credo che è molto difficile trovare cose di cui ridere. Il calcio è sicuramente una di quelle anche se le risata è sempre anche un po’ amara”.

Come ha affrontato le diverse fasi politiche del suo paese attraverso il suo cinema?
“Il 1979 è stato l’anno critico dopo il quale si è diffusa sempre di più la nuova ideologia che vuole privatizzare ogni cosa  e far scomparire  la parte pubblica. Tutti i governi inglesi hanno seguito questa linea ed è stato un disastro per i servizi pubblici e i diritti dei lavoratori. Ora tutto ciò che è privato sta collassando e siamo rimasti con le rovine di quel sistema ma la parte peggiore è che le persone che si opponevano a questa nuova ideologia hanno abbandonato il campo di battaglia prima che ancora di iniziare a combattere.

Di cosa parlerà nel prossimo film?
“Il mio prossimo lavoro è sulla privatizzazione della guerra, uno sviluppo privato di cui non si parla. Anche se ci viene detto che la guerra è finita in realtà ci sono compagnie private di mercenari che sono rimaste e fanno ciò che prima facevano gli eserciti e oltre a privatizzare la guerra la nascondono. Infatti, se muore un soldato c’è lutto nazionale invece se muore un mercenario non importa a nessuno. Ora ci sono 50 mila mercenari inglesi. Questo documentario sarà distribuito in Italia  dalla Bim Distribuzione che da molti anni distribuisce i miei film con ottimi risultati. Sono molto ansioso per l’uscita di questo film. E’ sta una vera sfida poter trovare un modo originale per parlare dell’Iraq”.

Che ne pensa degli artisti di sinistra che scrivono per la Mondadori o per i registi che fanno i film con la Medusa?
“Il
problema dei grandi artisti è sempre stato quello di trasmettere il loro pensiero. È un privilegio poter esprimere la propria idea ma è anche una grande responsabilità . Tante volte l’importante è anche solo poter trasmettere il nostro messaggio. Anche se per me sarebbe certamente un problema essere sponsorizzato da chi lo pensa in modo opposto al mio”.

Come vede il futuro della sinistra?
“Ormai non ci sono più certezze nella società. Le persone dovranno diventare comuniste se vorranno delle certezze dalla società e una risposta ai loro bisogni primari. La risposta semplice della destra è sempre stata quella di dare la colpa a qualcuno, gli extracomunitari, i rom oppure le banche.  La destra è seguita anche dal proletariato perché offre facili bersagli con cui prendersela. Per risollevarsi la sinistra deve lavorare di più e più forte di prima”.

Due parole su Berlusconi?
“Credo che Berlusconi sia come un morbo contagioso che si attacca anche alle altre nazioni, infatti, la destra ha la stessa agenda politica in tutti i paesi. Non hanno regole, tutto è privatizzato ed il potere del sindacato è annullato. Anche il problema della sinistra è lo stesso in tutta Europa. La lotta sta diventando ancora più tragica perché stanno anche distruggendo il pianeta quindi le cose andranno sempre peggio ed un cambiamento è ancora più urgente. L’unico modo per vincere a livello nazionale è iniziare a livello locale difendendo ogni comunità e ogni lavoro. Loro possono anche continuare ad attaccare ma l importante è che noi ci difendiamo.  Lo stato dovrebbe essere il riflesso dei desideri e dei bisogni di ognuno di noi. Dobbiamo lottare contro gli estremismi. Secondo me la scelta democratica è la più naturale perché lo stato dovremmo essere noi stessi”.

Come le è sembrato l’ultimo Festival del Cinema di Venezia? E cosa ne pensa del cinema italiano?
“Non ero a Venezia. Ho sentito solo i commenti e mi hanno fanno ridere perché sembravano tutti pazzi. Ci sono moltissimi  stupendi film italiani soprattutto del passato ma non se ne vedono abbastanza. Bisognerebbe vederne di più. Di quelli recenti ricordo solo “Gomorra”, tratto dal coraggioso libro di Saviano, invece, è indelebile nella mia memoria il cinema italiano del passato”.

E Hollywood?
Che trasforma tutti i film in favole, anche le storie più serie e drammatiche. Michael Moore è l’antitesi di Hollywood”.

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