Il romanzo criminale esce dalla fiction ed entra nei tribunali
Durante la cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario, un magistrato ha citato il romanzo che ha dato il via all'epopea della Banda della Magliana. Gli efferati delitti avvenuti in questi giorni nella Capitale, ricalcherebbero scene presenti nella narrazione. Questo è motivo di profonda preoccupazione. Facciamo un passo indietro. Un magistrato scrive un romanzo ispirato alla storia di una banda di delinquenti, che ha imperversato a Roma tra la fine degli Anni Settanta e l'inizio degli Anni Novanta, scatenando una lotta feroce per il controllo del traffico di droga, prostituzione e gioco d'azzardo: la celeberrima Banda della Magliana.
Il nome deriva dal quartiere nel quale la banda ha iniziato la sua attività: nella direttiva urbana che partiva dall'imbocco di viale Marconi fino a entrare nel cuore di Roma, "c'erano più banche e negozi che tombini", come disse uno di loro, pentito, durante l'interrogatorio al magistrato. La loro storia raggiunge il culmine con un coinvolgimento, mai dimostrato fino in fondo, nel sequestro Moro. La "geometrica potenza" dell'evento, - come lo definirono i terroristi - coincise anche con l'inizio della fine della "banda", che tra pentimenti, arresti e "regolamenti di conti" cessa la sua attività all'inizio degli Anni Novanta.
Si vagheggia di un tesoro, un fondo cassa, che sarebbe stato lasciato in eredità a qualche silenzioso compare che continua a operare nell'ombra, ormai vecchio e inquartato in una grisaglia d'ordinanza. Terminata la storia è cominciata la narrazione. Un magistrato ha dedicato alla vicenda un romanzo di successo, dal quale è stato tratto un film, al quale sono seguiti dei telefilm. Il romanzo deforma la realtà come uno specchio infedele. In questo caso ha generato delle aberrazioni attribuendo soprannomi, pose, e dando una dignità a dei criminali. Dulcis in fundo, il magistrato autore del libro interpreta un piccolo cameo nel film, quasi nella parte di se stesso.
La pubblicistica sull'argomento impazza. E' atteso il necrologio del gatto di un ex appartenente alla "banda". Collegamenti genealogici spericolati tra criminali sono oggetto di studio nottetempo.
La contaminazione tra realtà e finzione ormai non conosce più limite. Sembra di stare in quel film di Woody Allen "La rosa purpurea del Cairo", nel quale gli interpreti escono dallo schermo per modificare la realtà, e in qualche modo ci riescono.
Nei covi di latitanti della camorra vengono spesso rinvenute copie del libro di Saviano, nelle masserie dei padrini siciliani vicino a una copia della Bibbia è d'obbligo la collezione completa degli episodi de "Il Padrino". Leggende metropolitane raccontano di t-shirt con l'acronimo BdM avvistate su internet.
A questo punto converrebbe raggiungere un accordo fra le parti. Vista la fame di letteratura sull'argomento, razionalizziamola in un insegnamento teorico con relativa esercitazione pratica: due omicidi a settimana con frequenza obbligatoria, in modo da stare tutti più tranquilli. I giornalisti non vedrebbero i loro articolo gettati all'aria per l'arrivo di eventi improvvisi, gli scrittori avrebbero materiale fresco da sfruttare. Nella disorganizzazione l'organizzazione è tutto.
Patrizio J. Macci


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