Emergenza senzatetto a Roma
Lunedì, 21 giugno 2010 - 15:26:00
“La povertà della strada è un nuovo aspetto della povertà più in generale. Negli ultimi anni abbiamo assistito all’impoverimento di fasce sempre più consistenti di popolazione, anche nelle cosiddette società del benessere”. Da queste considerazioni ha preso le mosse l’intervento di Augusto D’Angelo – docente presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università La Sapienza di Roma e responsabile del servizio per i senza fissa dimora della Comunità di Sant’Egidio – che è intervenuto questa mattina alla conferenza stampa di presentazione della mostra fotografica “Coraggio, si ricomincia!”, promossa da Commercity in collaborazione con l’ospedale San Camillo-Forlanini, l’associazione Salvamamme e la stessa Comunità di Sant’Egidio. (Vedi lancio precedente). “In Europa – ha proseguito D’Angelo – la crisi dello Stato sociale mette un numero crescente di persone fuori dalle misure assistenziali garantite dallo Stato. I tagli alla spesa sociale cominciano a far vedere i loro effetti problematici”. Nonostante questo però, ha denunciato il rappresentante della Comunità di Sant’Egidio “si continua a considerare la povertà di strada come un’emergenza”.
La difficoltà della situazione è confermata dai dati sul fenomeno. “Al Censimento del 2001 sono stati censiti 8.597 senza fissa dimora italiani e 4.441 stranieri per un totale di 13.038 persone” ha riferito D’Angelo, ricordando anche come i dati Istat aggiornati al 12 dicembre 2009 (ma provvisori in quanto riferiti a 7.787 comuni) parlino dell’esistenza in Italia di più di 40mila persone di cui 7 su 10 di sesso maschile. Quanto alla situazione romana “dai nostri censimenti su strada il numero dei senza fissa dimora ammonta a 6mila persone. Di questi – ha aggiunto – durante l’inverno 3mila trovano accoglienza in centri, ostelli e dormitori. Quando non è inverno, però, i posti al coperto scendono a 2 mila, e quindi per strada dorme effettivamente un numero di 4 mila persone. Sant’Egidio nei suoi giri ne incontra almeno il 50%”. Tuttavia, la povertà, raggiunge anche le persone che una casa ce l’hanno. “Negli ultimi anni – ha precisato D’Angelo – è triplicato il numero di ultra 65enni che si rivolge ai nostri centri per un aiuto di carattere medico, alimentare o per il vestiario”.
Per dare una risposta alla povertà di strada bisogna, dunque, “uscire dall’idea dell’emergenza”, che altro non è che “una risultante della mancanza di un’appropriata strategia”. “L’esperienza della Comunità di Sant’Egidio – ha continuato il docente – ci porta a dire che per la povertà di strada bisogna mettere in campo innanzitutto servizi stabili”. A questo proposito D’Angelo ha lanciato una proposta in sei step. “Per usufruire di servizi stabili il povero deve poter avere la residenza anagrafica”, che rappresenta “la porta per riconoscere ai senza fissa dimora i diritti di cittadinanza”. Dall’indagine effettuata dall’Istat su 7.787 comuni risulta che solo 1.044 (pari al 13% del totale) hanno istituito la via fittizia per l’iscrizione dei senza fissa dimora, mentre 172 comuni (2%) hanno individuato altri criteri per l’iscrizione. “Ma l’85% dei comuni dichiara di non aver mai iscritto persone senza fissa dimora”.
Una seconda questione è quella relativa al rapporto tra servizi e territorio. “I poveri vivono in territori limite – ha spiegato il rappresentante della Comunità di Sant’Egidio –. È impensabile che siano loro ad entrare negli uffici per reclamare diritti e usufruire di prestazioni”. Appare allora necessario che i servizi sociali “inventino nuove modalità di intervento” e “trovino il modo di tornare per strada”, cominciando in questo modo a collegare i cittadini senza fissa dimora a quella rete di servizi che altrimenti apparirebbe loro “una jungla inestricabile in cui si gira in tondo senza alcun approdo”. La terza esigenza è quella di un progetto. E il vero progetto, secondo D’Angelo, non consiste in un “protocollo da applicare a seconda delle esigenze” ma nella “presa in carico della persona umana”. Vi è poi la questione della “collaborazione tra i servizi”: “Creare protocolli di intesa e collaborazione negli interventi – ha chiarito – è fondamentale per tutti, ma soprattutto per chi vive in strada”, perché, “dai rari contatti con le istituzioni questa persona si attende molto e se rimane delusa torna ad abbandonare il rapporto con il servizio sociale”. Un altro passaggio fondamentale è poi quello della “dilatazione dei tempi di intervento”. “Bisogna avere pazienza”, ha detto il docente, “non è possibile ottenere da chi vive per strada una risposta immediata”. L’ultimo step è, infine, quello dell’accompagnamento sociale. “Un accompagnamento fedele fatto di piccoli passi – ha concluso D’Angelo – aiuta a rinsaldare un rapporto che aiuta la maturazione e la crescita della persona che vive per strada. E in questo l’operatore è lo strumento decisivo”.
La difficoltà della situazione è confermata dai dati sul fenomeno. “Al Censimento del 2001 sono stati censiti 8.597 senza fissa dimora italiani e 4.441 stranieri per un totale di 13.038 persone” ha riferito D’Angelo, ricordando anche come i dati Istat aggiornati al 12 dicembre 2009 (ma provvisori in quanto riferiti a 7.787 comuni) parlino dell’esistenza in Italia di più di 40mila persone di cui 7 su 10 di sesso maschile. Quanto alla situazione romana “dai nostri censimenti su strada il numero dei senza fissa dimora ammonta a 6mila persone. Di questi – ha aggiunto – durante l’inverno 3mila trovano accoglienza in centri, ostelli e dormitori. Quando non è inverno, però, i posti al coperto scendono a 2 mila, e quindi per strada dorme effettivamente un numero di 4 mila persone. Sant’Egidio nei suoi giri ne incontra almeno il 50%”. Tuttavia, la povertà, raggiunge anche le persone che una casa ce l’hanno. “Negli ultimi anni – ha precisato D’Angelo – è triplicato il numero di ultra 65enni che si rivolge ai nostri centri per un aiuto di carattere medico, alimentare o per il vestiario”.
Per dare una risposta alla povertà di strada bisogna, dunque, “uscire dall’idea dell’emergenza”, che altro non è che “una risultante della mancanza di un’appropriata strategia”. “L’esperienza della Comunità di Sant’Egidio – ha continuato il docente – ci porta a dire che per la povertà di strada bisogna mettere in campo innanzitutto servizi stabili”. A questo proposito D’Angelo ha lanciato una proposta in sei step. “Per usufruire di servizi stabili il povero deve poter avere la residenza anagrafica”, che rappresenta “la porta per riconoscere ai senza fissa dimora i diritti di cittadinanza”. Dall’indagine effettuata dall’Istat su 7.787 comuni risulta che solo 1.044 (pari al 13% del totale) hanno istituito la via fittizia per l’iscrizione dei senza fissa dimora, mentre 172 comuni (2%) hanno individuato altri criteri per l’iscrizione. “Ma l’85% dei comuni dichiara di non aver mai iscritto persone senza fissa dimora”.
Una seconda questione è quella relativa al rapporto tra servizi e territorio. “I poveri vivono in territori limite – ha spiegato il rappresentante della Comunità di Sant’Egidio –. È impensabile che siano loro ad entrare negli uffici per reclamare diritti e usufruire di prestazioni”. Appare allora necessario che i servizi sociali “inventino nuove modalità di intervento” e “trovino il modo di tornare per strada”, cominciando in questo modo a collegare i cittadini senza fissa dimora a quella rete di servizi che altrimenti apparirebbe loro “una jungla inestricabile in cui si gira in tondo senza alcun approdo”. La terza esigenza è quella di un progetto. E il vero progetto, secondo D’Angelo, non consiste in un “protocollo da applicare a seconda delle esigenze” ma nella “presa in carico della persona umana”. Vi è poi la questione della “collaborazione tra i servizi”: “Creare protocolli di intesa e collaborazione negli interventi – ha chiarito – è fondamentale per tutti, ma soprattutto per chi vive in strada”, perché, “dai rari contatti con le istituzioni questa persona si attende molto e se rimane delusa torna ad abbandonare il rapporto con il servizio sociale”. Un altro passaggio fondamentale è poi quello della “dilatazione dei tempi di intervento”. “Bisogna avere pazienza”, ha detto il docente, “non è possibile ottenere da chi vive per strada una risposta immediata”. L’ultimo step è, infine, quello dell’accompagnamento sociale. “Un accompagnamento fedele fatto di piccoli passi – ha concluso D’Angelo – aiuta a rinsaldare un rapporto che aiuta la maturazione e la crescita della persona che vive per strada. E in questo l’operatore è lo strumento decisivo”.



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