Ecco gli 8 mila che a Roma vivono ai margini della società

Nella 33esima puntata della rubrica “La Roma che verrà” di Raffaele Gambari, parla Laura Boldrini, portavoce dell'Alto Commissariato per le Nazioni Unite per i rifugiati e denuncia: “A Roma più di 8 mila persone vivono ai margini, in edifici fatiscenti, senza servizi, senza acqua. É un'emergenza che dura da 15 anni”. E sui rom... “il loro presunto nomadismo si è creato perché non è stata data loro la possibilità di stanziarsi”

Sabato, 17 dicembre 2011 - 13:00:00


di Raffaele Gambari

A Roma ci sono pezzi di città più o meno nascosti, a poca distanza dal centro, come nel quartiere Ostiense, o in periferia, dove in edifici fatiscenti e stazioni ferroviarie abitano, in condizioni di miseria, profughi, richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale. Persone abbandonate, molte delle quali in attesa di emigrare in un altro paese. Tanti sono minorenni, e arrivati a Roma senza genitori dopo aver rischiato la morte in viaggi lunghi mesi, fuggiti da paesi dilaniati da guerre come l’Afghanistan, il Kurdistan, l’Iraq, la Somalia, il Sudan, l’Eritrea. Questo mondo nascosto e di disperazione, che è sprofondato anche attraverso i tombini nei sotterranei delle stazioni ferroviarie per trovare un rifugio e con la speranza di crearsi una vita di dignità, lo racconta ad Affaritaliani la portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), Laura Boldrini.

Cinquanta anni, nata a Macerata, educazione scolastica e maturità classica a Jesi (Ancona), dal 1980 vive a Roma, dove si è laureata in giurisprudenza nell’università La Sapienza. Una figlia di 18 anni, Anastasia, ha cominciato a lavorare come giornalista, poi da oltre 20 anni, attraverso concorsi, è approdata nelle agenzie delle Nazioni Unite, alla Fao come addetto stampa, in seguito portavoce del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite e, dal 1998, portavoce dell’Unhcr. Il suo lavoro è tra i migranti e i rifugiati che attraversano il Mediterraneo e non solo, ha svolto missioni nei paesi delle crisi più drammatiche, come l’ex Jugoslavia, il Kosovo, l’Afghanistan, il Pakistan, l’Iraq, l’Iran, il Sudan, il Caucaso, l’Angola e il Ruanda. E più di recente a Lampedusa, dove arrivano i barconi dei trafficanti della disperazione e della morte e dove ormai l’Italia ha attuato troppe volte la politica del “Tutti indietro”, come Laura Boldrini ha descritto nel suo libro, così intitolato, dove racconta storie di uomini e donne in fuga e un’Italia tra paura e solidarietà.

Lampedusabimbo



Ad Affaritalian, Laura Boldrini confida anche i motivi che le hanno fatto scegliere questo lavoro: “La passione di raccontare e di mettermi a servizio delle persone più vulnerabili che non hanno voce. Inoltre questo lavoro mi ha dato la possibilità di stare nei luoghi di crisi e di conoscere il cambiamento della storia senza filtri”.

Ci fa un quadro della situazione esistente in questa città e quanti sono questi migranti della disperazione?

“Roma ha il più alto numero di rifugiati e titolari di protezione internazionale rispetto alle altre città italiane. Nella capitale, come in altre località, spesso i rifugiati vivono in condizioni di disagio che arrivano anche al degrado e questo sicuramente svuota il significato della protezione che queste persone hanno ricevuto per aver ottenuto lo status di rifugiato. E’ come una scatola che è chiusa e per aprirla ci vuole la chiave giusta. La chiave è l’integrazione, se questa manca il diritto di asilo non c’è. A Roma, come in altre città, i rifugiati spesso vivono ai margini, in edifici fatiscenti, senza servizi, senza acqua. A Ponte Mammolo ci sono 100 eritrei, al Collatino 250 tra eritrei, etiopi e sudanesi, all’Anagnina 700 persone delle stesse nazionalità, nella stazione Ostiense ci sono centinaia di ragazzi afghani, nell’ex mattatoio di Testaccio 100 curdi nel centro Ararat. Poi ci sono i profughi sgomberati dall’ambasciata somala in via dei Villini. A Roma esistono circa 8.000 persone richiedenti e titolari di protezione internazionale contro 1.400 posti disponibili per accoglierli in 20 centri del Comune o in convenzione e con una lista di attesa di 8 mesi per 1.500 persone. Oltretutto per chi ha lo status di rifugiato c’è il problema dell’inserimento, perché queste persone non vogliono vivere di assistenza. Per questo occorre un investimento nell’integrazione, che manca a livello nazionale. Allo stato delle cose spesso queste persone non ce la fanno ad inserirsi e rimangono ai margini della società. Così si perde un’importante risorsa".

Quanti sono in Italia i rifugiati?

“Sono in tutto 56mila, un numero esiguo rispetto ad altri Paesi europei, come i 600mila della Germania, i 200mila della Francia e i 250mila del Regno Unito. E’contenuto anche il numero dei richiedenti asilo, ciò nonostante la rete di accoglienza è sotto tarata per il numero dei posti di accoglienza disponibili. Lo scorso anno le richieste erano state 10mila, quest’anno gli arrivi sono stati più consistenti soprattutto con gli sbarchi dalla Libia e dalla Tunisia. La rete di assistenza che fa capo alla Protezione Civile su base regionale in alcuni casi ha funzionato, in altri meno bene. L’auspicio è che quanto fatto quest’anno possa essere migliorato e portato a regime al fine di evitare che ogni anno si ripetano le stesse situazioni e sia arrivi all’ennesima emergenza. Un’” emergenza” che ormai dura da 15 anni. Occorre far sì che l’accoglienza venga migliorata e non soltanto per 2.000-3.000 persone. Nel 2009 è stata messa in atto la politica dei respingimenti. Fino ad allora il 75% delle persone che arrivavano via mare presentavano domanda di asilo ed al 50% di loro veniva riconosciuta una protezione. Quest’anno sono arrivate circa 70mila persone, e di queste 28mila dalla Libia e altrettante dalla Tunisia”.

Molte organizzazioni umanitarie dicono che ci sono tempi biblici per ottenere lo status di asilo politico dalle apposite commissioni. A Roma qual è la situazione?

“A Roma ci sono due commissioni e come per il resto di Italia c’è una lista di attesa, che nella Capitale è di otto/dieci mesi. A livello nazionale ci sono 20 commissioni, alcune più veloci e altre più lente a seconda delle domande da vagliare. Per alcune occorre aspettare anche un anno, per altre pochi mesi. Certo, questa attesa provoca nelle persone incertezza e preoccupazione per il loro futuro”.

Poi c’è un’altra realtà, che è quella dei nomadi, fatta di miseria, di pregiudizi, che a Roma, in questi due anni di giunta di amministrazione di centrodestra, sembra connotata esclusivamente da una politica non di inserimento sociale ma di sgomberi.
“Su una popolazione di 60milioni di italiani i rom sono circa 150mila, un’entità proporzionalmente minima, che oltretutto è composta in parte da cittadini italiani. Gli altri rom sono in parte romeni e in parte persone provenienti dai Paesi dell’ex Jugoslavia e dal Kosovo. A Roma ci sono insediamenti rom di vario genere, regolari e irregolari. Negli ultimi anni sono accaduti tanti incidenti in questi campi, dove spesso sono morti bambini. I rom non accettano di vivere in queste condizioni. Il loro presunto nomadismo si è creato perché non è stata data loro la possibilità di stanziarsi. In Andalusia ci sono 600mila gitani, detentori di antichi mestieri, e lì sono state fatte politiche di valorizzazione della loro cultura. Per favorire l’integrazione è necessaria una politica culturale, occorre mettere le persone nelle condizioni di conoscerli, di andare oltre il pregiudizio. Quindi favorire il loro inserimento nelle abitazioni strutturate invece di segregarli in luoghi separati, in container o roulotte. Perché i rom trovano difficoltà ad accedere alle graduatorie delle case popolari? Ho conosciuto tanti rom che volevano fare un salto di qualità partendo da una casa. Lo sgombero, specialmente senza alternative, equivale a un’idea di città che esclude e che ha l’ottica della separazione. Lo sgombero deve avere un’alternativa altrimenti si instaura un meccanismo autopoietico: sgomberi che riproducono altri sgomberi.

Può succedere a Roma quello che è accaduto di recente a Torino, dove un insediamento di nomadi è stato assaltato e incendiato?

“C’è da augurarsi che non accada. Quello che è successo a Torino ha radici lontane ed era già successo in Italia. Molto è dovuto alla stigmatizzazione dello straniero e del diverso che c’è stata in questi anni nel dibattito politico e nelle cronache giornalistiche. A causa di questo nell’immaginario delle persone si è creato un automatismo, una pregiudiziale negativa a Torino come a Roma, a Milano come a Palermo”.

A chiudere, qual è il suo auspicio per la Roma che verrà?

“Mi auguro che Roma sia la città che è sempre stata, quella dell’incontro, che sappia capitalizzare sulla diversità come valore aggiunto. Perché questa è la sua storia e la sua forza”.



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