Borse, accessori e oggetti d'arredo. Con Fendi il riciclo diventa arte
Sabato, 2 aprile 2011 - 13:00:00
di Raffaele Gambari
Borse d’alta moda, accessori, oggetti e arredi creati con materiali di riciclo e di riuso. La mente è a Roma, le braccia operative sono in Africa, in Kenya negli slum di Nairobi, e in Italia. Il marchio è Carmina Campus, la creativa è Ilaria Venturini Fendi, che prima ha lasciato l’azienda di famiglia per incamminarsi sulla strada dell’agricoltura biologica in una campagna alle porte della Capitale rivalorizzando non soltanto le colture, la flora e la fauna, ma anche vestigia archeologiche. Questa donna, due figli, Giacomo e Nina di 14 e 12 anni, che crea borse uniche con tessuti abbandonati, come quelli che servivano a rivestire sedili di aeroplani, collabora con le organizzazioni mondiali per promuovere lo sviluppo attraverso il lavoro in Africa, con semilavorati che poi vengono completati in Italia.
![]() Ilaria Venturini Fendi LE IMMAGINI |
Ad Affaritaliani.it Ilaria Venturini Fendi svela come boutique di design e moda possano essere realizzati con materiali di riciclo o di riuso, come gli artigiani italiani possano dare know how a comunità marginalizzate, che chiedono non carità ma lavoro. E lo racconta nella rubrica Roma che verrà di Raffaele Gambari, in cui parla anche del commercio abusivo e spiega l’arte del riciclo, un salto mentale che, dice, dà emozioni forti quando si cambia un oggetto.
Vedere per credere gli orologi a parete trasformati in sedie. Una piccola bottega del riciclo di questa creativa, a lungo direttore creativo della linea Fendi quando lavorava per l’azienda di famiglia, che ha lasciato alcuni anni dopo che quest’ultima è stata acquistata dal gruppo LVMH, è nel centro di Roma è in via di Fontanella Borghese. Il 13, 14 e 15 maggio, nella sua tenuta dei Casali del Pino, ci sarà una mostra florovivaistica e anche una festa dell’ecologia, con presentazione di libri, mostre, cibo e un’illustrazione degli insetti come nuova risorsa.
Su una borsa della sua ultima collezione c’è la scritta “not charity, just work” (“non carità, solo lavoro”). Sintetizza una filosofia di vita e di lavoro ed oltretutto riguarda un paese africano, il Kenya, dove lei opera non facendo beneficienza ma investendo sulla popolazione per creare prodotti di moda etica con materiali riciclati da inserire nel mercato internazionale. Come e quando le è venuta questa idea e perché, oltre a lavorare negli slum di Nairobi non si può anche operare in periferie socialmente difficili del nostro Sud o addirittura di Roma?
“La frase che lei cita sintetizza perfettamente il senso della collaborazione di Carmina Campus con Itc (International trade centre), l’agenzia dell’Onu e dell’Omc con la quale opero per il nostro progetto Africa. Promuovere sviluppo attraverso il lavoro è la missione dell’agenzia e noi condividiamo questo approccio. Il mio rapporto con l’Africa non è’ iniziato cercando un luogo dove delocalizzare la produzione delle mie borse. Sono andata in Camerun per la mia azienda agricola biologica, nell’ambito di un progetto dell’universita’ Tor Vergata di Roma che mi aveva coinvolto in un corso per tecnici apistici di quel paese. A contatto con quella realtà è’ venuto spontaneo pensare di dare lavoro ad alcune delle persone che avevo incontrato, così ho iniziato a far fare dei semilavorati per borse da completare in Italia. Ma ho cominciato questo progetto con molta buona volontà’ e pochissima esperienza e dopo un po’ di tempo ho capito che in africa si può far bene solo se si è spalleggiati da un’organizzazione che si occupa professionalmente di cooperazione con credibilità ed esperienza. Per questo ho accettato successivamente l’invito di Itc, che ho conosciuto tramite Altaroma, a collaborare con loro in Kenya. La collaborazione prevede che venga impartito un know-how a persone che fanno parte di comunità marginalizzate, anche con training da parte di nostri artigiani italiani. È quindi un percorso che si fa insieme con reciproco vantaggio e i progressi si sono visti abbastanza velocemente. Oggi in Kenya producono pannelli ricamati a macchina o fatti di ritagli di tessuto che poi utilizziamo per una linea di borse fatte in Italia, e sono anche in grado di realizzare per intero una piccola collezione di borse fatte con il riuso di materiali locali.
Il principio che è alla base di questo approccio produttivo – non assistenza ma lavoro - è quello che da sempre si vorrebbe applicare a tutte le aree depresse o alle comunità svantaggiate del mondo. Si potrebbe farlo anche per il Sud Italia, ma per motivi che credo culturali, politici e al tempo stesso strutturali, è un approccio che qui è molto difficile da attuare. È più semplice immaginare di applicare questa filosofia a piccole comunità di recupero, come quelle di detenuti o tossicodipendenti. Rimane la constatazione che per tutti, in tutto il mondo, è il lavoro a dare sostentamento, riscatto e dignità alle persone”.
Lei ha lasciato una posizione familiare privilegiata per dedicarsi inizialmente ad un’attività agricola biologica puntando sulla riscoperta e la rivalorizzazione della natura in una tenuta agricola alle porte di Roma. Cosa significa questo, soprattutto per un tessuto urbano come quello della Capitale, dove il verde è stato devastato dall’abusivismo e dalla speculazione edilizia?
“Quando ho scoperto i Casali del Pino, la tenuta era piuttosto trascurata e molto bisognosa di cure. Ma a lungo dimenticata e poi inglobata in un’area protetta, era rimasta sostanzialmente non toccata dall’urbanizzazione. L’incontro con questo luogo mi ha riportato alle emozioni della mia infanzia, provate nelle lunghe passeggiate in campagna con mio padre. ho capito che questa parte di me legata alla natura, che è sempre esistita ma che era un po’ in secondo piano, aveva necessità di emergere. Ho subito molte pressioni volte a dissuadermi dall’acquisto, diversi speculatori speravano di mettere le mani su questi terreni ma non ho ceduto. Per me è stato l’inizio di una nuova vita, e dopo ormai diversi anni e permessi chiesti e ottenuti da più di venti enti diversi, ho potuto finalmente iniziare i lavori di restauro dei vecchi casali secondo principi ecosostenibili”.
Lei crea oggetti di arredamento riciclando materiali di scarto, come lattine di birra, contenitori di caffè, scatolette di tonno per farne portalampade e orologi da parete per trasformarli in sedie. E’ possibile passare da una fase di design artigianale e di produzione di nicchia ad una fase di creazione industriale più estesa, per cui possano esserci negozi che vendano prodotti di riuso come quelli tradizionali di arredamento che vediamo nelle nostre città?
“In alcuni casi è possibile, dipende dai materiali che si riutilizzano. Facendo questo lavoro ho visto che esistono enormi giacenze nei magazzini, tutto materiale che sarebbe utile poter riutilizzare. Se prima andavo in cerca del vintage nei mercatini ora mi sono resa conto che è nelle fabbriche che si trovano grandi quantitativi di scarti. A volte si tratta di materiali che sono anche di una certa qualità. Parlando ad esempio di borse e non di mobili, ho trovato tempo fa abbondanti quantitativi di vecchie produzioni di tessuti che diverse compagnie aeree destinavano al rivestimento dei sedili degli aeroplani e ne ho fatto borse da weekend. I pezzi nei dettagli sono sempre unici (perché zip o bordi di rifinitura o altri piccoli particolari sono diversi per ogni borsa visto che uso ritagli di pellami) ma si può serializzare la lavorazione”.
Quale è l’oggetto da lei creato che le ha dato più emozione?
“Per un creativo è sempre l’ultimo, per me direi che è anche quello che ha racchiuso la sfida in quel momento più difficile. E’ sempre emozionante vedere realizzato un qualcosa che nasce da una mutazione di pensiero. In fin dei conti il riciclo non è altro che il cambio di funzione di un oggetto e il salto mentale necessario alla trasformazione è ciò che procura l’impatto emotivo più forte”.
Due delle voci fondamentali dell’economia romana sono il commercio e la moda, messe in ginocchio dagli ambulanti abusivi che vendono falsi. Quando lei cammina per Roma e vede sui marciapiedi griffe truccate, piazzate da migranti clandestini che vengono dall’Africa e fuggono all’arrivo delle forze dell’ordine, cosa pensa e soprattutto le passa in mente un’idea per risolvere questo problema, che non è puramente economico ma anche sociale?
“Sappiamo tutti che sono le condizioni ambientali e sociali di quei paesi a determinare i flussi migratori, noi italiani conosciamo questa storia molto bene. Guerre e regimi dittatoriali non aiutano, basti vedere quello che sta succedendo nei paesi arabi e il riflesso che ne subiamo anche noi con il massiccio afflusso di persone in fuga dalla Libia in questi giorni. Però immagino che i produttori di imitazioni e falsi non siano gli immigrati africani, ma italiani che fanno riferimento ad organizzazioni criminali ben radicate nel nostro territorio. Gli extracomunitari coinvolti in questi commerci sono fuori della legge ma vengono a loro volta sfruttati. Non è quindi solo un problema che riguarda la realtà economica dei loro paesi, ma anche il giro di malavita che da tantissimi anni produce contraffazioni nel nostro. Un problema che non è mai stato efficacemente affrontato. Il fenomeno esiste tuttavia da anni e alla fine le aziende migliori e più creative hanno sempre saputo essere un passo avanti”.
Lei gira per il mondo, quello sviluppato per presentare le sue collezioni, quello dei poveri per aiutarli a mettersi sulla via dello sviluppo. Quando torna a Roma cosa pensa di questa città, sta camminando bene o male e immagina quale potrebbe essere il suo futuro?
“Roma è la mia città, ci sono nata e la sento mia. Certo qui non sempre la vita è facile, è una città complicata che a volte scoraggia, ma più spesso affascina. La cultura e il turismo dovrebbero essere sempre più incentivati essendo i suoi punti di forza, purtroppo in questi ultimi tempi le sono venute a mancare molte risorse che hanno complicato ulteriormente le cose e compromesso possibili sviluppi. Ma Roma si dice sia eterna, forse non ha una sola vita ma tante. Non la vedo bene in questo momento, eppure so che, per restare circoscritti al mio settore, ci saranno novità positive in un domani prossimo”.



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