'Chiudere la discarica di Malagrotta costa 100mln'
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Tecnicamente si chiama “capping”, cioè cappello, calotta o anche coperchio. La traduzione “romana” è tegola. Quella che il presidente del consorzio Colari, Manlio Cerroni, meglio conosciuto come il “padrone di Malagrotta” ha messo sulla testa di Regione, Provincia e soprattutto Comune di Roma. La tegola in questione vale qualcosa come 103 milioni di euro che “l'avvocato” chiede al Campidoglio per le opere obbligatorie necessarie alla chiusura della discarica più grande d'Europa. Insomma, per mettere il “cappello” alle colline, ecco il conto finale dopo 30 anni in cui la Capitale non ha mai vissuto un'emergenza rifiuti, grazie al bacino di cui si è servita e che Cerroni ha soprannominato “la fortuna di Roma”. E un po' anche la sua.
E così il “tycoon della monnezza romana”, ha preso carta e penna e ha sollecitato Regione Lazio, Provincia, Comune e il Municipio XVI nel quale ricade la discarica a mettersi seduti intorno ad un tavolo e a trovare quella che definisce “la compensazione economica” per trasformare la valle dei rifiuti in un parco con oltre 300 mila piante. E visto che tutti i giorni non c'è romano che non getti qualche sacchetto nei cassonetti, è obbligatorio l'approfondimento.
La legge. Il castello legislativo di Europa, Stato e Regione prevede al termine della vita di una discarica, l'obbligo da parte del gestore della chiusura. In teoria i costi per il “capping” dovrebbero essere compresi nella tariffa, cioé quanto l'amministrazione paga per poter conferire i rifiuti in discarica, ma poiché a Roma il costo dello smaltimento è fermo da diversi anni, da Malagrotta si chiede di provvedere “alla deerminazione definitiva dei costi connessi e alla loro relativa attribuzione”. E Manlio Cerroni stavolta fa sul serio. Visto che Comune e Regione non sono mai riusciti a trovare una soluzione alternativa a Malagrotta e hanno proceduto di anno in anno con una serie infinita di proroghe, in attesa che qualcuno trovi una exit strategy, c'è da mettere un tappo alle colline esistenti. E qualcuno che non sia lui deve metterci i soldi. Rispettando la serie infinita di leggi e decreti commissariali, a Malagrotta Cerroni ha addirittura messo in piedi una “demo” del lavoro che si dovrà fare in virtù della delibera 36/2008 che ha approvato la trasformazione delle montagne di monnezza in un parco naturale. Poiché la Regione ha prorogato ancora la vita di Malagrotta, il “re dei rifiuti” si è limitato a realizzare un miniparco nel lotto denominato L, 8 ettari e mezzo di colline sulle quali è stato posto il “capping”: 81 mila e 607 piante che poggiano su uno strato di terra e altri materiali inerti che garantiscono la chiusura ermetica della discarica. Olivi, eucalipti, tigli, magnolie, oleandri, 38 mila piante di pitosforo e altre essenze che hanno trasformato la buca in un modello di parco naturale con evidenti vantaggi estetici, naturalistici e di rispetto delle emissioni ci Co2, così come previsto dal protocollo di Kyoto.
E poi? Poi ha scritto a tutti e ha detto chiaramente che visto che le tariffe non si toccano e che la legge obbliga in previsione dell'esaurimento l'avvio della chiusura definitiva, questo è il progetto, ora trovate i soldi per rispettare la legge. Insomma, chiede oltre 100 milioni di euro che si aggiungono al debito storico dell'Ama di circa 120 milioni di euro che si rinnova di trimestre in trimestre. E visto che la legge lo obbliga a chiudere la discarica, il progetto è pronto: un plastico in scala che riproduce perfettamente il parco che nascerà e che vuole illustrare ai politici, ai burocrati e ai cittadini.
L'alternativa non c'è. O forse sì. Prendere i soldi del parco che sarà, concedendo di collocare la nuova discarica ai Monti dell'Ortaccio. Una Malagrotta bis a poca distanza dal parco che verrà. Ma questa è un'altra storia.
Fabio Carosi



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