Trasporti/ L'Atac manda a casa 79 operai. Mancano i macchinisti per la B1
di Fabio Carosi
Al ritorno dalle vacanze il dramma: 79 dipendenti dell'Atac si andranno ad aggiungere alla lunga lista dei disoccupati romani. Settantanove operai, pari a 79 famiglie che non avranno più uno stipendio con il quale vivere e per le quali si apre l'incubo della disoccupazione. L'Atac dei parenti dell'entourage del sindaco e degli ex assessori; degli ex “giovani camerati” degli 800 tra quadri, dirigenti e impiegati assunti in barba ad ogni regola, salva tutti ma non gli operai.

Maurizio Basile
La denuncia è del sindacato Fast Confsal che proprio ieri ha scritto un'accorata lettera al sindaco, agli assessori Aurigemma perché titolare dei trasporti e Lamanda per il Bilancio e la competenza diretta su Atac, per denunciare la scelta di non rinnovare a tempo indeterminato il contratto di questi 79 operai, in scadenza appunto il prossimo 30 agosto. Oltre al problema sociale, il sindacato evidenzia la scelta dell'azienda di tagliare nel settore più delicato, quello delle manutenzioni: “In una fase finanziariamente tanto drammatica – scrive il segretario regionale della Fast Confsal, Paolo Ventura – per ciò che concerne la società, sperperare professionalità di spessore sulle quali si è investito tanto, trova la scrivente segreteria profondamente perplessa e in disaccordo”.
Gli operai prossimi disoccupati non sono certo “cavalli a fine corsa”: hanno un'età media di 35 anni, hanno seguito corsi di formazione, sono impegnati nelle Officine Centrali di via Prenestina e, da soli, rappresentano il 10 per cento dell'intera forza lavoro che l'azienda ha destinato alle manutenzioni. Toglierli, significherebbe esternalizzare altri pezzi importanti delle attività di riparazione dei mezzi. Ma perché mandare a casa risorse strategiche? La decisione dell'Atac è un'applicazione estrema dei risultati del referendum dello scorso giugno, in particolare dell'art. 10 comma A che prevede l'assoggettamento delle società pubbliche al patto di stabilità interno e quindi a regolare anche le assunzioni a procedure di evidenza pubblica. Articolo, è bene dirlo, abrogato da referendum ma non ancora omologato dalla Presidenza della Repubblica, ragion per cui tecnicamente ancora vigente. In virtù di una mancata firma e di un approccio pilatesco, Atac smantella le manutenzioni, già provate da anni di politica scellerata che ha generato gli affidamenti all'esterno delle attività più delicate e proprio quelle coinvolte negli sperperi delle precedenti gestioni.
Ma non è solo il nodo manutenzioni. Strombazzata ai quattro venti dal Campidoglio, l'apertura a dicembre del prolungamento della Metro B, nel tronco soprannominato B1, rischia di essere vanificata. Mancano infatti i macchinisti, nonostante l'azienda abbia espletato un concorso aperto proprio a macchinisti e operai, la cui graduatoria è stata bloccata, poiché il costo del personale supererebbe il 40 per cento dei costi totali aziendali.
Ma l'Atac che rinuncia agli operai è la stessa che continua a bruciare denaro. Scavando nei conti aziendali esce fuori una fattura da oltre 200 mila euro che l'azienda ha pagato alla società di consulenza Spencert Stuart per una valutazione sul management. La delibera è stata firmata dall'ex Ad, Maurizio Basile, quello indicato ad Alemanno da Luigi Bisignani ma lo stesso Basile l'ha ignorata assumento altri 9 duperdirigenti. Mistero invece sul costo del piano industriale che lo stesso Basile ha affidato sempre ad una società esterna, salvo poi “sbattere” sul Cda che lo ha respinto ed ha aperto qualla crisi che ha portato infine alle dimissioni. E sempre sugli incarichi esterni, una chicca: pur avendo una struttura legale interna, l'azienda di via Prenestina si avvale di ben tre studi legali esterni ai quali affida i lavori più delicati. Sfiducia nei dipendenti? Incapacità degli avvocati assunti? Il dubbio resta. Qualora Atac volesse chiarire mostrando i documenti ufficiali, Affaritaliani.it li pubblicherà integralmente.



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