Regole - Conclusioni
Venerdì, 15 ottobre 2010 - 16:09:00
CONCLUSIONI
Una "Magna Charta" per l'Italia
A cosa serve un saggio?
Sicuramente a informare. Qualche volta anche ad appassionare.
Raramente a cambiare qualcosa.
Il giudizio sulle capacità di questo saggio di informare ed appassionare è ovviamente nelle mani dei lettori che giudicheranno la novità delle informazioni in esso contenute e le emozioni che ha suscitato in loro.
Ma una cosa è già certa da oggi: l'ipotesi che questo saggio possa contribuire a fare crescere una cultura di regole nel nostro paese, grazie alle proposte alla base di una "guerra lampo" per "sfondare il fronte" antiregole, sarà vista dalla maggioranza dei lettori come una pura utopia.
A parte la scarsa considerazione di cui gode presso gli italiani il soggetto destinatario delle nostre proposte (essenzialmente la leadership politica del paese), nessuno, per quanto sia un inguaribile ottimista come gli autori di questo saggio, può sperare di affrontare con successo problematiche così radicate nella società italiana con la sola arma di qualche modifica legislativa o organizzativa nell'attività della macchina pubblica.
È quindi necessario, più di ogni altra cosa, uno scatto d'orgoglio da parte di tutti gli italiani desiderosi di riappropriarsi della propria libertà economica, civile e alla fine anche politica. E urgente la nascita di un movimento di idee che crei le condizioni nel paese perché le politiche giuste pos?
sano essere decise, ma soprattutto possano essere attuate. Questo movimento amplierà e accelererà i risultati delle "guerre lampo" del capitolo precedente quando esse avranno permesso di raggiungere l'effetto "soglia".
Per nascere, avrà bisogno delle giuste espressioni simboliche sul valore chiave di riferimento affinché gli italiani che credono nella rinascita della rule of law possano riconoscervisi e spingere chi li governa a portare avanti i programmi di modifica delle regole ove necessario, ma soprattutto a farle rispettare.
Si rende necessario da noi l'equivalente contemporaneo di una "Magna Charta".
La Magna Charta (Magna Charta Libertatum) è uno dei documenti più citati, almeno nel mondo anglosassone - 900 volte negli Stati Uniti da corti statali e federali e 60 volte dalla Corte suprema - ma forse meno letti. Nel recente saggio The Rule of Law, sulle origini dello Stato di diritto, l'alto magistrato inglese Tom Bingham individua nella Magna Charta la prima pietra miliare dello Stato di diritto nelle società occidentali e ricorda che la sua importanza sta più nel significato attribuitole dalle generazioni successive che in quello che effettivamente dice. Da questo punto di vista è il migliore esempio di documento-simbolo dell'impegno a mantenere il primato della legge e conserva tutt'oggi lo status di Carta fondamentale della monarchia britannica (è un elemento essenziale delle regole di base che costituiscono una mai formalizzata Costituzione del Regno Unito).
Eppure i 25 baroni che il 15 giugno 1215, assieme a vescovi e abati, costrinsero il re inglese Giovanni Senzaterra a firmare la Magna Charta, non erano dei leader particolar. mente sensibili all'innovazione sociale ed economica del proprio paese. Erano parte del sistema di potere e tentavano di proteggere e aumentare il proprio status e le proprie ricchezze a spese di quelle del re. Nei secoli il loro gesto ebbe però implicazioni enormemente più importanti di quanto era immaginabile allora. Nacque infatti un sistema di valori che ha impregnato per secoli l'etica del mondo prote stante e creato le basi del capitalismo moderno e dei suoi pensatori come Adam Smith.
Lo scarso peso di questi valori di base nella nostra società e nel nostro tipo di capitalismo giustifica il pessimismo di chi riterrà che le proposte del capitolo precedente resteranno un'utopia.La "Magna Charta" italiana del nuovo millennio non è un documento da firmare. È un sistema di valori che ha ispirato questo saggio e che nella nostra cultura è totalmente da fondare.Il primo tra questi valori è la ferma convinzione che la ricerca del benessere economico individuale è un obiettivo eticamente degno.
Grazie a questo valore, il circolo virtuoso delle regole può nascere e la meritocrazia può svilupparsi. Infatti, se la ricerca del profitto è eticamente accettata, la rule of law e la meritocrazia nella società e nell'economia sono una diretta conseguenza.Da noi questo valore fondamentale continua a reggersi su basi estremamente fragili. Fino a che la morale diffusa in Italia continuerà ad arricciare il naso davanti alprofitto (nelle sue varie espressioni, tra cui la più recente è "creazione di valore per gli azionisti"), si giustificherà l'infrazio ne delle regole. Se guadagnare è "immorale", non c'è molta differenza tra farlo secondo le regole o infrangendole. E la meritocrazia stenta a decollare: se gli incentivi economici non vanno d'accordo con i valori morali, i migliori non emergono, valgono solo raccomandazioni e reti famigliari e i talenti abbandonano il paese. Ciò che è immorale non è la logica del profitto ma il familismo "amorale" che recentemente è stato appunto ridefinito "familismo immorale" e che accetta solo le regole che vanno bene alla famiglia (in senso allargato).I rigurgiti anticapitalisti di questi mesi di crisi ne condannano la mancanza di "etica". Condannano il consumismo a favore della frugalità e inneggiano alla "cultura del lavorii contrapposta a quella del profitto e non alla base di essa.
Il secondo valore che deve affermarsi è la convinZi011 diffusa che le regole sono "un buon affare".
Questa convinzione non ha nulla a che fare con la mo Significa che tutti gli italiani devono essere profondam - convinti che senza le regole l'economia italiana continu declinare e con essa le loro prospettive individuali; che tutti potranno contare su una sanità adeguata; che i nos gli non potranno possedere una casa e un lavoro (a men° non lavorare per imprese cinesi); che sugli schermi delle, di tutto il mondo continueranno ad apparire i rifiuti per strade delle città italiane, non solo quelle di Napoli.
Avere le regole giuste e rispettarle è quindi l'essenza lo sviluppo. Tutti gli italiani, a partire dalla classe dirige devono convincersi di questo principio di fondo. Come ce Ivan Lo Bello, "la mafia si combatte non perché è il le, ma perché rallenta lo sviluppo economico".
Il terzo valore alla base della rule of lazo prevede che gole debbano essere rispettate. Anche quelle sbagliate.
Abbiamo spiegato chiaramente che le regole deb o essere applicate per poter essere cambiate quando non no bene: così fanno le società che applicano il circolo tuoso delle regole.
I legislatori e i regolatori sono uomini (e donne) normali. E' inevitabile che le regole e le leggi nascano impe In questo saggio abbiamo sostenuto che le regole diven sempre più difficili da concepire e che il futuro di se come la sanità, la finanza e l'ambiente che condizio no pesantemente la nostra vita richiederà regole di en e crescente complessità. L'unico modo che le società
di arrivare a regole più giuste è il metodo del "prova e ti a punto" che abbiamo descritto. La democrazia quindi non solo andando a votare, ma rispettando le regole e dando dei riscontri utili a chi le regole le deve fare, nica alternativa è un regime che scelga le regole dall'alto e le imponga con la forza. In questo caso, la qualità dei risultati dipenderà dalla fortuna di avere dei dittatori illuminati e intelligenti.
Le regole devono essere quindi rispettate anche se sbagliate. Questo principio antico è stato messo in discussione dalla società moderna solo per un aspetto: non si deve "ubbidire agli ordini" quando sono ingiusti e immorali. Il processo di Norimberga ha condannato proprio quelli che "ubbidivano agli ordini".
Ma anche questa forma di disubbidienza civile ha le sue regole: disubbidire alle regole immorali, ingiuste e sbagliate non deve essere conveniente per chi lo fa. La disobbedienza civile è stata "inventata" da Gandhi, che ha combattuto molte battaglie (ricordiamo la "marcia del sale" del 1930 contro il monopolio britannico del sale): ma nessuno ha mai pensato che lo facesse per un interesse personale.
Questi valori di base del tanto deprecato capitalismo anglosassone sono assenti nella nostra cultura. Ed è per questo che abbiamo bisogno di una "Magna Charta", sottoscritta.
Gli "alfieri delle regole" che promulgheranno una "Magna Charta" italiana, debbono così ispirarsi ai 25 baroni inglesi originali che erano spinti da una logica di rafforzamento della propria élite economica, non da un senso di progresso sociale.
E quindi essenziale che la leadership imprenditoriale italiana parta da una convinzione profonda: che, senza regole, il suo futuro (e quello dei suoi figli) come protagonisti del capitalismo italiano è a rischio. Perché senza una cultura di regole la meritocrazia non esiste, i talenti emigrano e le grandi imprese italiane soffrono.
Perché senza regole il settore italiano dei servizi resta frammentato, sopravvivono le imprese piccole e "bruttissime" che fanno concorrenza sleale alle grandi e innovative.
Perché le regole creano fiducia nei loro prodotti e nei loro servizi e i clienti saranno pronti a valorizzarli.Perché le regole giuste e la libertà economica creano fiducia nei bilanci dell'impresa senza bisogno di proliferi zione di norme e burocrazia che tengono in scacco i consg gli di amministrazione.Perché tutto questo diventerà ancora più cruciale nell'O conomia mondiale che sta emergendo da questa crisi, acc lerando tendenze che erano in atto. Crescita di servizi co più regole, sempre più complesse. Concorrenza con i nuCil vi paesi ex emergenti. Consumatori e risparmiatori più calai ti. Innovazione come essenza della capacità di competere.
Ma pochi grandi imprenditori italiani hanno fatto propria questa convinzione e hanno avuto il ruolo sociale clo loro equivalenti del mondo anglosassone.
Convincersi che le regole sono essenziali per la sopra venza e il successo a lungo termine della propria impresa migliare è un primo passo importante che vale almeno metà dei requisiti per diventare un "alfiere italiano delle gole". Perché significa, per molti di questi imprenditori, vere il coraggio di cambiare "per primi" in un contesto cui si sa già che altri non lo faranno e in cui, a breve te ne, si potranno persino subire degli svantaggi. E signifi anche che essi dovranno ripensare il modo con cui dare contributo al proprio paese: influenzare le regole e le le ai propri fini, stando ben "fuori dalla politica".
Ci sarebbero diverse iniziative a disposizione dei 25 (o 250?) "alfieri delle regole" italiani.
Quelle più direttamente legate all'attività delle loro prese sono iniziative nei settori dell'economia italiana crescita, soprattutto nei servizi, dove è concepibile una voluzione delle regole" che combatta il "piccolo brut mo", grazie a lobby ben fatte e investimenti nelle prop ziende. Queste iniziative, se realizzate, potranno favo una più ampia accettazione delle regole (per esempio i mersione del "sommerso") e aumentare la concorrenza meritocrazia nel settore in questione.
Per esempio, se alcuni grandi imprenditori che operano nel settore dei rifiuti industriali e urbani si alleassero per favorire il nascere di un'authority centrale senza la quale l'attuale disastrato sistema italiano dei rifiuti non può diventare moderno e le privatizzazioni delle utility del Nord restare una utopia, la guerra lampo descritta nel capitolo precedente potrebbe avere successo. Non stiamo parlando dell'ennesima lobby con le autorità locali per aggiudicarsi la concessione di un'altra discarica o di un termovalorizzatore. Stiamo parlando della definizione e della sponsorizzazione di una nuova architettura di regole che porteranno a una ridefinizione della struttura del settore e alla preparazione del nostro paese alle grandi sfide ambientali del nuovo millennio.
Lo stesso potrebbe avvenire in molti altri settori di servizio, parzialmente descritti in questo saggio. Nel turismo con grandi progetti tipo Costa Smeralda e Ortigia.
Nei media con la riforma della governance della RAI descritta nella guerra lampo e nell'editoria scolastica per fare crescere l'usato e ridurre i costi.
Nel commercio per definire nuove regole nella distribuzione alimentare, dell'abbigliamento e dei farmaci per fare nascere una Alliance Boots in Italia. Per fare crescere la Esselunga e le Coop al Sud.
Nel settore energetico, per riformare la giungla anarchica di regole che crea un'incertezza regolatoria che rischia di bloccare una volta per tutte gli investimenti internazionali e nazionali nel settore del futuro e scoraggiare la nascita di qualche grande player italiano nel settore delle fonti rinnovabili.
Nella sanità, per trasferire al Centro e al Sud quelle regole e quelle competenze imprenditoriali che stanno avendo successo nella sanità del Nord.
Le iniziative di questo tipo sono numerose. Presuppongono una mentalità delle grandi imprese italiane industriali e nei servizi ben diversa dal passato. Non lobby per ridurre la concorrenza, ma network per aumentarla. Non ricerca di sussidi, ma nuovi business. Non privilegi garantiti da regole deboli, ma leadership per fare emergere le regole giuste e innescare il circolo virtuoso all'interno del proprio settore.
Ma si può andare oltre.
Sono possibili anche iniziative non direttamente collegate a creare valore economico per la propria impresa, ma ad accelerare la creazione del contesto sociale vigile sulle regole che abbiamo precedentemente descritto. Possono essere iniziative simboliche orientate a "dare il buon esempio" o anche a sponsorizzare qualcun'altra delle guerre lampo descritte precedentemente.
Per esempio: finanziare un'università eccellente, facendo poi una lobby efficace per fare sì che il ministero contribuisca con l'equivalente di fondi pubblici (matching) stimolando così un'allocazione di fondi pubblici su base meritocratica e chiedendo che il consiglio di amministrazione di una eventuale fondazione sia a maggioranza composto da persone esterne.
Oppure sponsorizzare la diffusione di test standard nelle scuole (magari in quella dove si è studiato) e accelerare la meritocrazia locale. I test nazionali standard offrirebbero anche una selezione obbiettiva dei giovani che un giorno le imprese potrebbero assumere. Oppure impegnarsi a fondo in una campagna per sostenere il pilota della guerra lampo per la giustizia civile.
Il guanto di sfida ai leader delle grandi imprese italiane che possono diventare "alfieri delle regole" e varare la "Magna Charta" italiana è ormai lanciato.
Verrà raccolto?
Una "Magna Charta" per l'Italia
A cosa serve un saggio?
Sicuramente a informare. Qualche volta anche ad appassionare.
Raramente a cambiare qualcosa.
Il giudizio sulle capacità di questo saggio di informare ed appassionare è ovviamente nelle mani dei lettori che giudicheranno la novità delle informazioni in esso contenute e le emozioni che ha suscitato in loro.
Ma una cosa è già certa da oggi: l'ipotesi che questo saggio possa contribuire a fare crescere una cultura di regole nel nostro paese, grazie alle proposte alla base di una "guerra lampo" per "sfondare il fronte" antiregole, sarà vista dalla maggioranza dei lettori come una pura utopia.
A parte la scarsa considerazione di cui gode presso gli italiani il soggetto destinatario delle nostre proposte (essenzialmente la leadership politica del paese), nessuno, per quanto sia un inguaribile ottimista come gli autori di questo saggio, può sperare di affrontare con successo problematiche così radicate nella società italiana con la sola arma di qualche modifica legislativa o organizzativa nell'attività della macchina pubblica.
È quindi necessario, più di ogni altra cosa, uno scatto d'orgoglio da parte di tutti gli italiani desiderosi di riappropriarsi della propria libertà economica, civile e alla fine anche politica. E urgente la nascita di un movimento di idee che crei le condizioni nel paese perché le politiche giuste pos?
sano essere decise, ma soprattutto possano essere attuate. Questo movimento amplierà e accelererà i risultati delle "guerre lampo" del capitolo precedente quando esse avranno permesso di raggiungere l'effetto "soglia".
Per nascere, avrà bisogno delle giuste espressioni simboliche sul valore chiave di riferimento affinché gli italiani che credono nella rinascita della rule of law possano riconoscervisi e spingere chi li governa a portare avanti i programmi di modifica delle regole ove necessario, ma soprattutto a farle rispettare.
Si rende necessario da noi l'equivalente contemporaneo di una "Magna Charta".
La Magna Charta (Magna Charta Libertatum) è uno dei documenti più citati, almeno nel mondo anglosassone - 900 volte negli Stati Uniti da corti statali e federali e 60 volte dalla Corte suprema - ma forse meno letti. Nel recente saggio The Rule of Law, sulle origini dello Stato di diritto, l'alto magistrato inglese Tom Bingham individua nella Magna Charta la prima pietra miliare dello Stato di diritto nelle società occidentali e ricorda che la sua importanza sta più nel significato attribuitole dalle generazioni successive che in quello che effettivamente dice. Da questo punto di vista è il migliore esempio di documento-simbolo dell'impegno a mantenere il primato della legge e conserva tutt'oggi lo status di Carta fondamentale della monarchia britannica (è un elemento essenziale delle regole di base che costituiscono una mai formalizzata Costituzione del Regno Unito).
Eppure i 25 baroni che il 15 giugno 1215, assieme a vescovi e abati, costrinsero il re inglese Giovanni Senzaterra a firmare la Magna Charta, non erano dei leader particolar. mente sensibili all'innovazione sociale ed economica del proprio paese. Erano parte del sistema di potere e tentavano di proteggere e aumentare il proprio status e le proprie ricchezze a spese di quelle del re. Nei secoli il loro gesto ebbe però implicazioni enormemente più importanti di quanto era immaginabile allora. Nacque infatti un sistema di valori che ha impregnato per secoli l'etica del mondo prote stante e creato le basi del capitalismo moderno e dei suoi pensatori come Adam Smith.
Lo scarso peso di questi valori di base nella nostra società e nel nostro tipo di capitalismo giustifica il pessimismo di chi riterrà che le proposte del capitolo precedente resteranno un'utopia.La "Magna Charta" italiana del nuovo millennio non è un documento da firmare. È un sistema di valori che ha ispirato questo saggio e che nella nostra cultura è totalmente da fondare.Il primo tra questi valori è la ferma convinzione che la ricerca del benessere economico individuale è un obiettivo eticamente degno.
Grazie a questo valore, il circolo virtuoso delle regole può nascere e la meritocrazia può svilupparsi. Infatti, se la ricerca del profitto è eticamente accettata, la rule of law e la meritocrazia nella società e nell'economia sono una diretta conseguenza.Da noi questo valore fondamentale continua a reggersi su basi estremamente fragili. Fino a che la morale diffusa in Italia continuerà ad arricciare il naso davanti alprofitto (nelle sue varie espressioni, tra cui la più recente è "creazione di valore per gli azionisti"), si giustificherà l'infrazio ne delle regole. Se guadagnare è "immorale", non c'è molta differenza tra farlo secondo le regole o infrangendole. E la meritocrazia stenta a decollare: se gli incentivi economici non vanno d'accordo con i valori morali, i migliori non emergono, valgono solo raccomandazioni e reti famigliari e i talenti abbandonano il paese. Ciò che è immorale non è la logica del profitto ma il familismo "amorale" che recentemente è stato appunto ridefinito "familismo immorale" e che accetta solo le regole che vanno bene alla famiglia (in senso allargato).I rigurgiti anticapitalisti di questi mesi di crisi ne condannano la mancanza di "etica". Condannano il consumismo a favore della frugalità e inneggiano alla "cultura del lavorii contrapposta a quella del profitto e non alla base di essa.
Il secondo valore che deve affermarsi è la convinZi011 diffusa che le regole sono "un buon affare".
Questa convinzione non ha nulla a che fare con la mo Significa che tutti gli italiani devono essere profondam - convinti che senza le regole l'economia italiana continu declinare e con essa le loro prospettive individuali; che tutti potranno contare su una sanità adeguata; che i nos gli non potranno possedere una casa e un lavoro (a men° non lavorare per imprese cinesi); che sugli schermi delle, di tutto il mondo continueranno ad apparire i rifiuti per strade delle città italiane, non solo quelle di Napoli.
Avere le regole giuste e rispettarle è quindi l'essenza lo sviluppo. Tutti gli italiani, a partire dalla classe dirige devono convincersi di questo principio di fondo. Come ce Ivan Lo Bello, "la mafia si combatte non perché è il le, ma perché rallenta lo sviluppo economico".
Il terzo valore alla base della rule of lazo prevede che gole debbano essere rispettate. Anche quelle sbagliate.
Abbiamo spiegato chiaramente che le regole deb o essere applicate per poter essere cambiate quando non no bene: così fanno le società che applicano il circolo tuoso delle regole.
I legislatori e i regolatori sono uomini (e donne) normali. E' inevitabile che le regole e le leggi nascano impe In questo saggio abbiamo sostenuto che le regole diven sempre più difficili da concepire e che il futuro di se come la sanità, la finanza e l'ambiente che condizio no pesantemente la nostra vita richiederà regole di en e crescente complessità. L'unico modo che le società
di arrivare a regole più giuste è il metodo del "prova e ti a punto" che abbiamo descritto. La democrazia quindi non solo andando a votare, ma rispettando le regole e dando dei riscontri utili a chi le regole le deve fare, nica alternativa è un regime che scelga le regole dall'alto e le imponga con la forza. In questo caso, la qualità dei risultati dipenderà dalla fortuna di avere dei dittatori illuminati e intelligenti.
Le regole devono essere quindi rispettate anche se sbagliate. Questo principio antico è stato messo in discussione dalla società moderna solo per un aspetto: non si deve "ubbidire agli ordini" quando sono ingiusti e immorali. Il processo di Norimberga ha condannato proprio quelli che "ubbidivano agli ordini".
Ma anche questa forma di disubbidienza civile ha le sue regole: disubbidire alle regole immorali, ingiuste e sbagliate non deve essere conveniente per chi lo fa. La disobbedienza civile è stata "inventata" da Gandhi, che ha combattuto molte battaglie (ricordiamo la "marcia del sale" del 1930 contro il monopolio britannico del sale): ma nessuno ha mai pensato che lo facesse per un interesse personale.
Questi valori di base del tanto deprecato capitalismo anglosassone sono assenti nella nostra cultura. Ed è per questo che abbiamo bisogno di una "Magna Charta", sottoscritta.
Gli "alfieri delle regole" che promulgheranno una "Magna Charta" italiana, debbono così ispirarsi ai 25 baroni inglesi originali che erano spinti da una logica di rafforzamento della propria élite economica, non da un senso di progresso sociale.
E quindi essenziale che la leadership imprenditoriale italiana parta da una convinzione profonda: che, senza regole, il suo futuro (e quello dei suoi figli) come protagonisti del capitalismo italiano è a rischio. Perché senza una cultura di regole la meritocrazia non esiste, i talenti emigrano e le grandi imprese italiane soffrono.
Perché senza regole il settore italiano dei servizi resta frammentato, sopravvivono le imprese piccole e "bruttissime" che fanno concorrenza sleale alle grandi e innovative.
Perché le regole creano fiducia nei loro prodotti e nei loro servizi e i clienti saranno pronti a valorizzarli.Perché le regole giuste e la libertà economica creano fiducia nei bilanci dell'impresa senza bisogno di proliferi zione di norme e burocrazia che tengono in scacco i consg gli di amministrazione.Perché tutto questo diventerà ancora più cruciale nell'O conomia mondiale che sta emergendo da questa crisi, acc lerando tendenze che erano in atto. Crescita di servizi co più regole, sempre più complesse. Concorrenza con i nuCil vi paesi ex emergenti. Consumatori e risparmiatori più calai ti. Innovazione come essenza della capacità di competere.
Ma pochi grandi imprenditori italiani hanno fatto propria questa convinzione e hanno avuto il ruolo sociale clo loro equivalenti del mondo anglosassone.
Convincersi che le regole sono essenziali per la sopra venza e il successo a lungo termine della propria impresa migliare è un primo passo importante che vale almeno metà dei requisiti per diventare un "alfiere italiano delle gole". Perché significa, per molti di questi imprenditori, vere il coraggio di cambiare "per primi" in un contesto cui si sa già che altri non lo faranno e in cui, a breve te ne, si potranno persino subire degli svantaggi. E signifi anche che essi dovranno ripensare il modo con cui dare contributo al proprio paese: influenzare le regole e le le ai propri fini, stando ben "fuori dalla politica".
Ci sarebbero diverse iniziative a disposizione dei 25 (o 250?) "alfieri delle regole" italiani.
Quelle più direttamente legate all'attività delle loro prese sono iniziative nei settori dell'economia italiana crescita, soprattutto nei servizi, dove è concepibile una voluzione delle regole" che combatta il "piccolo brut mo", grazie a lobby ben fatte e investimenti nelle prop ziende. Queste iniziative, se realizzate, potranno favo una più ampia accettazione delle regole (per esempio i mersione del "sommerso") e aumentare la concorrenza meritocrazia nel settore in questione.
Per esempio, se alcuni grandi imprenditori che operano nel settore dei rifiuti industriali e urbani si alleassero per favorire il nascere di un'authority centrale senza la quale l'attuale disastrato sistema italiano dei rifiuti non può diventare moderno e le privatizzazioni delle utility del Nord restare una utopia, la guerra lampo descritta nel capitolo precedente potrebbe avere successo. Non stiamo parlando dell'ennesima lobby con le autorità locali per aggiudicarsi la concessione di un'altra discarica o di un termovalorizzatore. Stiamo parlando della definizione e della sponsorizzazione di una nuova architettura di regole che porteranno a una ridefinizione della struttura del settore e alla preparazione del nostro paese alle grandi sfide ambientali del nuovo millennio.
Lo stesso potrebbe avvenire in molti altri settori di servizio, parzialmente descritti in questo saggio. Nel turismo con grandi progetti tipo Costa Smeralda e Ortigia.
Nei media con la riforma della governance della RAI descritta nella guerra lampo e nell'editoria scolastica per fare crescere l'usato e ridurre i costi.
Nel commercio per definire nuove regole nella distribuzione alimentare, dell'abbigliamento e dei farmaci per fare nascere una Alliance Boots in Italia. Per fare crescere la Esselunga e le Coop al Sud.
Nel settore energetico, per riformare la giungla anarchica di regole che crea un'incertezza regolatoria che rischia di bloccare una volta per tutte gli investimenti internazionali e nazionali nel settore del futuro e scoraggiare la nascita di qualche grande player italiano nel settore delle fonti rinnovabili.
Nella sanità, per trasferire al Centro e al Sud quelle regole e quelle competenze imprenditoriali che stanno avendo successo nella sanità del Nord.
Le iniziative di questo tipo sono numerose. Presuppongono una mentalità delle grandi imprese italiane industriali e nei servizi ben diversa dal passato. Non lobby per ridurre la concorrenza, ma network per aumentarla. Non ricerca di sussidi, ma nuovi business. Non privilegi garantiti da regole deboli, ma leadership per fare emergere le regole giuste e innescare il circolo virtuoso all'interno del proprio settore.
Ma si può andare oltre.
Sono possibili anche iniziative non direttamente collegate a creare valore economico per la propria impresa, ma ad accelerare la creazione del contesto sociale vigile sulle regole che abbiamo precedentemente descritto. Possono essere iniziative simboliche orientate a "dare il buon esempio" o anche a sponsorizzare qualcun'altra delle guerre lampo descritte precedentemente.
Per esempio: finanziare un'università eccellente, facendo poi una lobby efficace per fare sì che il ministero contribuisca con l'equivalente di fondi pubblici (matching) stimolando così un'allocazione di fondi pubblici su base meritocratica e chiedendo che il consiglio di amministrazione di una eventuale fondazione sia a maggioranza composto da persone esterne.
Oppure sponsorizzare la diffusione di test standard nelle scuole (magari in quella dove si è studiato) e accelerare la meritocrazia locale. I test nazionali standard offrirebbero anche una selezione obbiettiva dei giovani che un giorno le imprese potrebbero assumere. Oppure impegnarsi a fondo in una campagna per sostenere il pilota della guerra lampo per la giustizia civile.
Il guanto di sfida ai leader delle grandi imprese italiane che possono diventare "alfieri delle regole" e varare la "Magna Charta" italiana è ormai lanciato.
Verrà raccolto?
CHE COSA PENSANO DELLE REGOLE
QUATTRO IMPRENDITORI ITALIANI
"Un paese ignorante non può crescere
né darsi delle regole, non può nemmeno capire
se le regole servono. Scuola, scuola, scuola
per rilanciare la cultura delle regole."
CARLO DE BENEDETTI
"In Italia le troppe regole inutili
sono un salvacondotto per i furbi
che non rispettano neanche quelle fondamentali."
FRANCESCO MICHELI
"Nel nostro paese è stato creato
un sistema di regole incerte che consente
alla burocrazia di rallentare le decisioni
e avere così un enorme potere di arbitrio."
FRANCESCO GAETANO CALTAGIRONE
"In Italia tanti si preoccupano perché le regole
sono troppe e poco chiare; pochi invece
si impegnano a definirle ex ante, anziché ex post,
e a far sì che le sanzioni siano efficaci
quanto a modalità e misura."
LUIGI ABETE
QUATTRO IMPRENDITORI ITALIANI
"Un paese ignorante non può crescere
né darsi delle regole, non può nemmeno capire
se le regole servono. Scuola, scuola, scuola
per rilanciare la cultura delle regole."
CARLO DE BENEDETTI
"In Italia le troppe regole inutili
sono un salvacondotto per i furbi
che non rispettano neanche quelle fondamentali."
FRANCESCO MICHELI
"Nel nostro paese è stato creato
un sistema di regole incerte che consente
alla burocrazia di rallentare le decisioni
e avere così un enorme potere di arbitrio."
FRANCESCO GAETANO CALTAGIRONE
"In Italia tanti si preoccupano perché le regole
sono troppe e poco chiare; pochi invece
si impegnano a definirle ex ante, anziché ex post,
e a far sì che le sanzioni siano efficaci
quanto a modalità e misura."
LUIGI ABETE



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