Verso un nuovo Vietnam
Di Giuseppe Morello
Finora è stato quasi un tabù, ma forse è arrivato il momento di farsi venire qualche dubbio sulla missione in Afghanistan. Non solo perché hanno appena perso la vita sei militari italiani, ma anche perché siamo a ragionevole distanza dall'11 settembre per sottrarci al ricatto emotivo di quella tragedia e per valutare a mente fredda pro e contro della missione afghana.
Trascuriamo i dubbi più ingenuamente pacifisti di chi le missioni militari non le vorrebbe mai indipendentemente dalle circostanze, ma anche ragionando con un po' di sano realismo non possiamo non chiederci se la missione a Kabul meriti le oltre 20 vittime solo italiane per non parlare del bilancio totale dei morti (1347 solo quelle della forza Nato). Mentre finora i malumori delle opinioni pubbliche occidentali si erano sentiti quasi solo a proposito dell'Iraq, ora in Inghilterra, negli Usa, ma anche in Spagna sono in molti a non capire il senso di una missione di pace costosissima sotto molti punti di vista e che produce risultati modesti, visto che i Taliban scorazzano ancora felicemente per quelle lande e la stabilità politica, nonostante le recenti elezioni, è di là da venire. Dopo 8 anni di missione non è un po' poco a fronte di un prezzo così salato?
Scusate la banalità del paragone, ma è ovvio che venga in mente il Vietnam, come iniziano a dire diversi statunitensi: un lento stillicidio di vittime senza apprezzabili risultati e soprattutto senza nessuna luce in fondo al tunnel e senza una exit strategy. Obama insiste, ma le missioni si misurano soppesando costi e benefici. E in questo caso il saldo è negativo. Allora perché non provare a guardare le cose da un altro punto di vista?



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