Il testo integrale della relazione del segretario del Pd Veltroni alla Direzione Nazionale

Venerdì, 19 dicembre 2008 - 12:10:00


Disuguaglianza sociale. Il dramma più grande che l’Italia oggi sta vivendo è contenuto in queste due parole. Disuguaglianza sociale. E’ questa la grande, moderna questione che si pone, oggi, di fronte a noi.

Colpevole non vedere, non rendersene conto. Imperdonabile non sentire bruciante, sulla nostra pelle, per le nostre coscienze, il dovere di offrire risposte a questa realtà. La crisi finanziaria, esplosa nei mesi scorsi, è diventata recessione economica e sta colpendo con durezza la vita delle persone, delle famiglie, delle imprese.

Nel terzo trimestre di quest’anno il Pil è sceso dello 0,9 per cento. L’Istat ci dice che il tasso di disoccupazione è arrivato al 6,1 per cento e Confindustria stima che arriverà all’8,4 per cento nel 2009. Settori cruciali del nostro apparato produttivo conoscono riduzioni di ordinativi nell’ordine del 30 per cento rispetto allo scorso anno. La caduta dei consumi e la stretta creditizia tolgono ossigeno alle piccole imprese: tre su cinque stanno avendo difficoltà nell’accesso al credito. Più di 300 mila lavoratori sono già in cassa integrazione: 58 mila in diversi stabilimenti della Fiat, 1.600 nelle sole acciaierie di Piombino, e soffrono anche distretti forti della nostra economia come quello delle ceramiche di Sassuolo e quello dell’occhialeria di Belluno. Sempre Confindustria stima che la crisi distruggerà 600 mila posti di lavoro.

"Io non renderei note queste cose”, ha detto ieri il Presidente del Consiglio.

Ma questi non sono solo numeri: sono storie, sono vite, sono famiglie mortificate e in ginocchio, sono dignità ferite e speranze infrante. E questa realtà il Presidente del Consiglio non può pensare di cancellarla agli occhi degli italiani. Alcuni di voi avranno letto, su Internet, i racconti dei ragazzi di 5 mila scuole italiane. Descrivono cos’è la crisi, con gli occhi di un adolescente, mentre la vita continua, mentre si avvicinano le Feste di Natale. Una di queste lettere descrive quello che succede in una famiglia normale, semplice, onesta. Lo sguardo di una ragazza che cade sui suoi genitori, seduti al tavolo della cucina. Il padre con la testa fra le mani. La madre con lo sguardo preoccupato che prova a consolarlo. Quelle due parole, "cassa integrazione”, percepite distintamente.

E il racconto che prosegue, "papà non sembra consolarsi, dice di essere un fallito, perché non è riuscito a dare tranquillità e sicurezza alla sua famiglia. Si sente un fallito, perché ha caricato mamma di mille preoccupazioni e, nonostante gli sforzi, con quel misero stipendio di operaio che portava in casa, non si riusciva ad arrivare a fine mese. Si sente un fallito perché non riesce a dare ai suoi figli un futuro sereno: non può portarci al cinema o al ristorante, ma neanche comprarci dei vestiti nuovi o una fetta di carne in più al posto delle solite verdure. Mamma allora si siede accanto a lui, lo guarda negli occhi e gli dice determinata e lucida: è lo Stato che ha fallito, non tu; lo Stato che non riesce a dare benessere ai suoi cittadini e sta producendo sempre più nuovi poveri".
Il dramma è questo. La crisi sta colpendo un Paese fermo e terribilmente diseguale, un Paese con le infrastrutture in ritardo e senza mobilità sociale, sempre più diviso fra ricchi e poveri, fra chi paga le tasse e chi no, fra pochi che per molto tempo hanno tratto vantaggi dalle speculazioni finanziarie e tanti che anche per effetto dell’avida ingordigia di questi pochi ora non arrivano alla fine del mese.

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