Viva l'Italia. Lo scrivo forte e chiaro

Giovedì, 20 agosto 2009 - 15:11:00


Di Luciano Canova

Mercoledì su Corriere della Sera è stato dato risalto, e direi molto giustamente, alla lettera di uno studente universitario, Matteo Lazzaro, che si dichiara leghista e che parla in tono critico dell'Unità d'Italia.
Questa lettera mi ha davvero colpito, per svariati motivi.
In primis, perché è scritta con tono pacato e argomenti anche intelligenti: rarità, e mi si scusi se lo dico con franchezza, quando a parlare sono persone che si riconoscono nella Lega Nord.
Lazzaro ha resuscitato, inoltre, un dibattito latente e di grande importanza.
Io sono figlio di una donna siciliana e di un uomo lombardo, caratteristica questa che reputo un asset in questi tempi di spinte secessionistiche che arrivano da più fronti.
La nascita della nazione italiana è fenomeno storico di grande complessità.
Ho appena terminato la lettura della biografia di Cavour e trovato, citato in un testo di storia italiana, il testamento di Carlo Pisacane.
Dalla lettura del primo libro ho lavato via, ed è stato salutare, una certa romantica mitizzazione del Risorgimento italiano che mi portavo dietro dalle elementari. Si tratta di un periodo complesso e denso: Cavour, meglio di altri, incarna questa disincantata e ondivaga scaltrezza che, poi, è diventata cifra della politica italiana. Leggendone la storia, ho scoperto un uomo che faceva fatica a parlare in italiano e che guardava al resto d'Italia come ad un'appendice potenziale di un grande Piemonte.
Nelle parole, invece, di Carlo Pisacane, scritte poco prima di rimanere vittima del massacro operato da quegli stessi contadini per i quali si preparava a combattere, in un'insurrezione resa celebre da un'altrettanto celebre poesia, emerge una sorta di odio frustrato, di supponenza culturale nei confronti delle masse ignoranti.
Ho citato Cavour e Carlo Pisacane perché io, in ogni caso, non sono d'accordo con il ragazzo leghista e perché queste due figure rafforzano la mia convinzione sulla necessità e bontà dell'unità d'Italia.
È chiaro: il Risorgimento, prima e, per certi versi, la Resistenza poi, non sono stati sufficienti a costruire una nazione matura.
Ma la domanda è: il mito fondante di una nazione poggia forse, in altre realtà, su basi più solide?
Ho vissuto in Francia ed in Inghilterra, due nazioni e due paesi considerati fari di civiltà.
Il primo ha cominciato a considerarsi uno Stato negli anni in cui una giovane, probabilmente epilettica, infondeva coraggio alle truppe che resistevano all'invasione per l'appunto inglese; e poi si è reso protagonista di una rivoluzione borghese che ha determinato lo sviluppo dell'Europa come la conosciamo, in mezzo ad anni di terrore ed esecuzioni efferate.
Il secondo, invece, è orgoglioso della Magna Charta come a Torino sono orgogliosi della Sindone. La Magna Charta: una costituzione fondamentalmente rozza, che sanciva per iscritto regole di diritto privato e che un re aveva concesso ai suoi nobili, assediato e quasi tenuto in ostaggio dagli stessi. Per arrivare più vicino ai nostri giorni, poi, come non ricordare Winston Churchill, eroe  universale che, durante la sua gioventù, dettò la politica coloniale inglese in India, dimostrando un atteggiamento nazionalista e xenofobo?
Qualcuno si chiederà perché parlo di questo e dove voglio andare a parare.
Il punto è che la storia, e fortunatamente, non è l'assunto di un teorema.
E non è un procedere deterministico di fatti.

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