Unione Europea, Trattati male
Sono un elemento imprescindibile della politica europea e condizionano la nostra vita quotidiana sotto molti aspetti. Nessuno di noi li ha votati direttamente ma i nostri eletti a Roma e Strasburgo li hanno approvati tutti. I trattati che regolano il funzionamento dell’Unione europea e dei suoi membri sono finiti nel mirino delle opinioni pubbliche continentali che li vedono come responsabili dei problemi che affliggono vari paesi. 
Sono tre gli accordi comunitari principali che incidono quotidianamente sulla vita politica: il trattato di Maastricht, il trattato di Lisbona e gli accordi di Schengen. Il primo, approvato nel 1992, aveva come obbiettivo quello di gettare le basi della moneta unica e stabilire le regole necessarie per potervi aderire. Queste norme sono tutt’ora valide e valgono come punto di riferimento per i paesi membri, in prevalenza dell’ex-blocco comunista, che desiderano aderire alla moneta unica. A Maastricht però non furono stabilite regole chiare in caso un paese volesse uscire dalla moneta unica e si dava per scontato che se uno non raggiungeva i parametri sarebbe stato automaticamente escluso.
Questa lacuna è stata colmata attraverso il trattato di Lisbona entrato in vigore nel 2009. Quest’accordo si occupa prevalentemente degli aspetti politici del processo d’integrazione europeo rafforzando il ruolo del Parlamento di Strasburgo e regolando i rapporti fra esso e le assemblee nazionali dei singoli membri. Tuttavia il trattato di Lisbona stabilisce per la prima volta anche le modalità con cui un paese può uscire dalla moneta unica e lo fa in termini particolarmente drastici. Infatti, secondo l’articolo 50 dell’accordo, un membro che vuole abbandonare l’unione monetaria deve per forza uscire anche dall’Unione Europea in sé. Sembra quindi non essere possibile un’uscita dalla sola moneta unica. Il paese uscente deve comunicare la sua decisione al consiglio UE dopodiché verrà avviata una trattativa in cui verranno fissate le modalità di recesso con una delibera adottata a maggioranza dal Consiglio e approvata dall’Euro-Parlamento.
Meno complicata è la situazione che concerne gli accordi di Schengen sulla libera circolazione dei cittadini comunitari entrati in vigore nel 1997 ed al centro delle recenti tensioni fra Italia e Francia bisogna. In questo caso fin dall’inizio è stato stabilito che un paese potesse uscire dal trattato o sospenderne temporaneamente l’applicazione in casi di gravi motivi d’ordine pubblico. L’Italia ricorse a questa clausola nel 2001 prima del G8 di Genova e la Francia fece lo stesso dopo gli attentati di Londra del 2005. Tuttavia il trattato mette in chiaro che la libera circolazione vale solo per i cittadini dei paesi UE. Gli extra-comunitari sono comunque sottoposti a controlli, devono essere in possesso di un passaporto valido e possono essere respinti da un paese membro. Il fatto che molti dei tunisini bloccati a Ventimiglia non avesse i documenti in regola, unito al timore di conseguenze pericolose per l’ordine pubblico, sembrerebbe essere un punto a favore della Francia e della sua posizione intransigente.
L’Italia può uscire da Schengen, ma questa finirebbe col diventare una ripicca fine a se stessa e non risolverebbe certo il problema degli sbarchi o dell’immigrazione clandestina.
Massimiliano Santalucia



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