Se l'Europa ci tratta così, perché non entrare nell'Unione Africana?
Di Giuseppe Baiocchi
Che l'immigrazione sia un problema epocale non lo si scopre da oggi. Che riguardi l'intero Continente è un'altra ovvietà. Ma dov'è l'Europa di fronte all'emergenza di questi giorni, leggero antipasto di ciò che potrà avvenire in futuro? Quando "serve" l'Europa non c'è. E non c'è mai… C'è invece, pesante e sussiegosa, quando ci inonda di norme prescrittive e minute (dalla curvatura delle zucchine al colore dei taxi) e con le sue oltre 90.000 pagine di direttive vincolanti ha la straordinaria capacità di "lasciarci soli" e di saper dire, avara ed egoista com'è, soltanto "arrangiatevi".
Se il futuro del mondo è altrove, tra popoli giovani e con la voglia di crescere, perché non guardare più avanti e più lontano ? D'altronde l'Unione Africana, sia pure in embrione, è un tentativo di trovare un "destino comune" a una terra nella quale già si esplicano in silenzio le nostre migliori vocazioni, a cominciare dal volontariato (che non risulta essere attivo in Finlandia o in Alsazia). Si lasci immaginare per un momento una prospettiva di questa natura: quanto spazio alla creatività della nostra intrapresa, quanto più facile l'approvigionamento energetico, quanta sfida culturale nella guida di Paesi poveri a resistere a tutti i nuovi, più spietati colonialismi…
Certo, diverremmo un Paese di "transito" verso un nuovo e diverso confine: ma non lo è già diventata Ventimiglia ? Magari un sano realismo ci potrebbe far meglio convivere con l'inestirpabile inefficienza delle amministrazioni pubbliche (giustizia compresa) che ci precipita nelle classifiche mondiali. In fondo aveva capito tutto la disincantata saggezza di Federico Fellini che, richiesto di un giudizio su Roma, se la riteneva una capitale meridionale, rispondeva sempre così: "Assolutamente no. Roma non è una città meridionale. E' una città africana…".



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