Trasferire i ministeri a Monza? Il trucco per "pensionare" Bossi
Di Giuseppe Baiocchi
Fervono i preparativi nell'ala della Cavallerizza alla Villa Reale di Monza, dove "traslocare" da Roma tre ministeri. Il più impegnato è certamente, con efficienza (e improntitudine) bergamasca, il ministro della Semplificazione, il vulcanico Roberto Calderoli. Eppure, nonostante il calore degli annunci, la prospettiva lascia fredda, se non indifferente, la gran parte del popolo padano (come certifica Mannheimer). Anche perché la scelta e la conseguente accelerazione appaiono improvvisate, se non del tutto ambigue. 
A dire il vero, l'obiettivo del decentramento di molte amministrazioni romane non è una novità per la Lega. Soprattutto per Bossi che, fin dal lontano 1993, era rimasto conquistato da una corposa ricerca della Fondazione Agnelli che, con la forza di argomenti culturalmente ineccepibili, proponeva la soluzione della "capitale reticolare", peraltro congeniale alla vocazione del policentrismo tipicamente italiano.
Secondo quegli autorevoli studiosi infatti l'ossessiva concentrazione a Roma di tutte le funzioni pubbliche faceva della capitale "l'imbuto perverso" che, per sua natura, era la fonte principe di sprechi, ritardi e dell'endemica corruzione, per la gioia degli alti burocrati e della tribù di faccendieri. Invece spalmare sul territorio le diverse agenzie ed authority nazionali e internazionali avrebbe certamente portato più efficacia, più risparmi e più legalità.
Il modello di riferimento era la Germania Federale, con i suoi altissimi livelli di efficienza pubblica. E tuttavia, nella sfida della modernità, altri Paesi si muovevano già allora in questa direzione. Persino l'iper-centralista Francia aveva già trasferito da Parigi le sedi centrali della compagnia di bandiera (a Nizza), delle Ferrovie (a Lione), della scuola di alta amministrazione (a Strasburgo) e via decentrando…
Per l'Italia la via adesso scelta, in maniera estemporanea, dalla Lega, sembra però un modo per acchiappare il problema dalla coda: anziché lavorare per un sensato "trasloco" delle agenzie pubbliche (come la Consob a Milano, a un passo dalla Borsa, o, ad esempio, la FAO a Palermo o la Cultura a Firenze) punta ad un trasferimento dei "suoi" ministeri, tra infinite polemiche e scarse prospettive di efficienza. A meno che sotto non ci sia dell'altro...
E' infatti fondato il sospetto che si cerchi così, con motivazioni inattaccabili, di allontanare di fatto il fondatore del Carroccio dall'epicentro della vita politica. Confinandolo al Nord, dove può certamente svolgere il ruolo di rapporto con il suo popolo: ma più ormai da icona imbalsamata che da autentico leader politico. Quando non c'è il gatto, si sa, i topi ballano: e con il Capo lontano, a Roma qualche colonnello avrebbe finalmente le mani libere per trattative e negoziati sotterranei che sono la vera sostanza del Palazzo e del potere. E, forse, si conta sulla stanchezza di Bossi e su qualche sua ingenuità, non del tutto rara in un leader pur da sempre astuto e spregiudicato.
D'altronde non sarebbe il primo tentativo di esautorare di fatto il padre della Lega. Soltanto un anno fa ci fu la stravagante e improvvisa nomina a "ministro per l'attuazione del federalismo" di Aldo Brancher, un ministro poi scaduto più in fretta di uno yogurt. Riprovarci è comprensibile, anche con il trasloco a Monza, dove (coincidenza storica non proprio involontaria) nell'anno di grazia 1900 (era il 29 luglio) tra i viali della Villa Reale si consumò, cruento, il regicidio di un "altro" Umberto…



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