La politica dei dolci e dei cannoni... Così Obama ha conquistato il mondo

Lunedì, 28 luglio 2008 - 10:20:00



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di Alessandro Luigi Perna

La politica dei dolci e dei cannoni. Ci ha provato intensamente Barack Obama, l’abbattitore di muri e costruttore di ponti ideali, a far capire cosa sarà la futura politica estera degli Stati Uniti con il suo discorso di Berlino. Ha fatto riferimenti a Ronald Reagan quanto a fermezza nell’affrontare le sfide armate come lui aveva fatto con l’Urss. E a John Fitzgerald Kennedy quanto alla conquista dei cuori ricordando che il mondo si ri-innamorò dell’america quando sostenne i berlinesi con cibo, caramelle e medicine all’epoca del blocco sovietico imposto alla città. Ma tutti hanno visto solo l’ottima retorica, l’equilibrato messianesimo e il suo carisma di afroamericano liberal e immaginifico - l’arma più formidabile e potente del candidato democratico alla Casa Bianca. A Walter Veltroni, sempre bisognoso di figure di riferimento a cui ispirarsi, tanto gli ha fatto impressione che si è affrettato a salutare in lui l’uomo nuovo del millennio che cambierà il mondo. E a pensarla così sono moltissimi commentatori e l’elettorato di sinistra di tutta Europa in un coro univoco di “yes, we can”. Tutti affascinati dal primo presidente dagli anni ’60 che mette in agenda il dialogo con chiunque voglia dialogare, buono o cattivo che sia, il clima del pianeta, il superamento delle divisioni tra razze e religioni in nome di ciò che tutti abbiamo in comune, e infine il ritiro dall’Iraq, la guerra sbagliata per definizione.

Obama ha dimostrato di essere all’altezza del suo compito superando l’esame internazionale sia da ideologo trascinatore di folle che da statista davanti ai capi di stato. Ma nessuno si è soffermato per davvero sui suoi discorsi che hanno delineato il mondo di domani. Peccato perché sarebbe stato interessante scoprire che il suo mondo di domani continua ad avere un orizzonte molto americano e obiettivi molto occidentali e non particolarmente politically correct.

Barack Obama infatti non ha nessuna intenzione di cambiare nella sostanza gli equilibri del pianeta, né di rinunciare alla minaccia e all’uso dell’enorme potenziale bellico degli Stati Uniti ovunque sia necessario. A essere cambiata è solo la strategia per raggiungere i fini partendo dalla considerazione che gli Stati Uniti da soli non possono difendere i loro interessi e i loro valori senza l’alleanza con tutto l’Occidente – compreso il nuovo Occidente dei paesi emergenti dell’Asia e soprattutto del Sud America.

Il futuro possibile comandante in capo d’America non cerca però partner all’altezza degli Stati Uniti che possano condividere la leadership, quanto piuttosto alleati fedeli disposti a farsi carico dell’enorme onere economico, morale e militare del governo del mondo. A dimostrarlo è stata l’accurata scelta delle visite in Europa che ha escluso incontri al vertice con la UE, i nuovi e sempre rimandati Stati Uniti d’Europa in grado di competere ad ogni livello con Washington se mai l’unione sarà anche e definitivamente politica e militare. E ha piuttosto programmato il clou del suo viaggio in Medio Oriente e nel vecchio continente proprio col discorso di Berlino, capitale della più grande e potente nazione d’Europa, ma anche di quella più refrattaria a impegnarsi in avventure militari intorno al mondo al fianco della Casa Bianca chiunque ne sia l’inquilino. Anche ai tedeschi, in maniera più esplicita possibile, ha chiesto infatti di nuovo quello che chiedeva e chiede Bush: soldati e ancora soldati disposti a morire sulle montagne dell’Afganistan con i loro presunti compagni e alleati yankee. Perché che piaccia o no difficilmente la presidenza di Obama sarà così rivoluzionaria e foriera di pace come tutti si aspettano. A Baghdad, al cospetto del primo ministro Maliki, ha ribadito che si vuole ritirare dall’Iraq non per inderogabili ragioni umanitarie e pacifiste ma perché ritiene che l’impresa fosse sbagliata e non abbia dato vantaggi nella lotta al terrorismo.


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