I militari cinesi vigilano l'alba di un triste Nuovo Anno tibetano
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I tibetani non hanno festeggiato il Losar, la loro festa più sentita, per protesta contro la repressione cinese. Pechino ha ordinato di organizzare comunque i festeggiamenti, ha chiuso le frontiere agli stranieri, ha schierato decine di migliaia di soldati nelle città, ha stroncato con pestaggi e carcere ogni minima protesta. Nella città di Labrang (nella foto) le autorità di recente hanno spesso ripetuto sui media che non sarebbero state responsabili per arresti o uccisioni avvenuti durante proteste. Pechino ha anche “chiesto” al Nepal, dove ci sono 20mila esuli tibetani, di impedire proteste anticinesi.
Lhadon Tethong, direttore esecutivo di Studenti per un Tibet libero, grida al successo: nonostante lo schieramento di truppe “nel tentativo di forzare i tibetani a festeggiare contro la loro volontà il nuovo anno, loro sono rimasti fermi, nonostante il grande rischio personale”.
La televisione di Stato ha riportato spettacoli con le tradizionali danze tibetane di fronte a folle plaudenti. Ma fonti locali riferiscono che Lhasa quest’anno è rimasta deserta. Davanti ai templi di Jokhang e Ramoche, dove sono nate le proteste del marzo 2008, non c’erano pellegrini ma file di soldati schierati. Nella città di Tongren (Qinghai) un continuo flusso di persone si è recato al monastero per fare offerte e pregare per le loro vittime.



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