Tensioni 'psicologiche' tra Stati Uniti e Iran

Giovedì, 5 gennaio 2012 - 12:02:39

A proposito della crisi dello Stretto di Hormuz qualcuno sostiene che gli occidentali non capiscono l'atteggiamento psicologico dei dirigenti iraniani. Mentre per noi è naturale ragionare in termini di egemonia e di compromesso, l'ideologia fondamentale dell'Iran attuale è quella del "martirio". Cioè quella di attaccare il "nemico", costi quel che costi, per accelerare il trionfo della Scia in vista della fine del mondo. Questa visione fa prendere in considerazione qualunque audacia e fa accettare qualunque rischio: in una visione apocalittica della realtà, la morte in guerra o per "martirio" accelera di poco un avvenimento comunque imminente. Da ciò si deduce che la bomba atomica iraniana non serve principalmente per ragioni di prestigio o di influenza regionale, serve concretamente per realizzare un programma religioso: l'eliminazione di tutti gli ebrei, quei cani, e la conquista da parte degli sciiti delle tre città sante, Gerusalemme, La Mecca e Medina. Queste due ultime oggi occupate dai wahabiti, loro nemici ereditari.

I più preoccupati per il programma nucleare iraniano sarebbero dunque i sauditi che avrebbero insistentemente chiesto agli Stati Uniti di distruggere le installazioni nucleari iraniane e di eliminare con la forza il regime degli ayatollah. Diversamente l'Arabia Saudita sarebbe costretta essa stessa a dotarsi di un armamento atomico.

Chi stanotte avesse la straordinaria ambizione di prendere sonno è costretto a sperare che questa visione sia troppo pessimistica ma l'orrore non basta ad evitare le tragedie e una diagnosi infausta non è per questo meno vera. Dunque bisogna vedere che cosa si può dedurre dal quadro delineato.

È improbabile che l'Arabia Saudita si doti di un armamento atomico: non ne avrebbe né il tempo né le capacità tecniche. E l'atomica non le servirebbe a niente, perché al massimo la metterebbe nella situazione di Israele. È dunque guardando alle intenzioni di Tehran e di Gerusalemme che si dipana l'intera matassa.

Gli ebrei hanno già fatto l'esperienza di un grande Stato che ha il programma della loro eliminazione totale. Sanno dunque che l'ipotesi dello sterminio di milioni di loro non è fantascientifica. Ciò che è cambiato è che, come dicono, "la caccia all'ebreo non è più gratuita". Dunque ipotizzando un attacco atomico contro le città israeliane, con la precisa intenzione di uccidere tutti gli ebrei, bisogna ipotizzare anche la risposta israeliana con l'intenzione di uccidere tutti gli iraniani.

La prima preoccupazione di Israele è naturalmente quella di avere degli efficienti missili anti-missile (largamente migliori dei Patriot) nella speranza di intercettare i missili aggressori prima che giungano sul cielo del loro piccolo Paese. Ma non si può escludere - ed anzi è molto probabile - che qualcuno riesca ad arrivare a destinazione e a provocare qualche centinaio di migliaia di morti. Proprio per questo, è sicuro che, partiti i missili iraniani, partirebbero anche i missili israeliani. Le testate atomiche multiple probabilmente raderebbero al suolo o quasi Tehran (circa quindici milioni di abitanti), Mashhad, Esfahan e le altre principali città. Gli israeliani saprebbero che, tra atomiche e fall out, di gran lunga la maggior parte di loro morirebbe e dunque, non potendo salvarsi, non gli rimarrebbe che rendere quanto più è possibile caro il conto da presentare a chi vuole dilettarsi nella "caccia all'ebreo". È nella Bibbia che sta scritto "occhio per occhio, dente per dente". E gli assassini degli atleti, a Monaco di Baviera, sono stati inseguiti ed uccisi dovunque nel mondo.

Il comportamento degli israeliani non sarebbe irrazionale. Mentre Truman, ordinando di sganciare Big Boy su Hiroshima, voleva solo convincere i giapponesi ad arrendesi, gli ebrei, sapendo di essere oggetto di una volontà di annientamento, non tenderebbero ad indurre Tehran ad una politica piuttosto che ad un'altra, ma semplicemente a sterminare tutti gli iraniani. O almeno a fare il possibile per ottenere questo risultato.

Tehran è dunque disposta al suicidio collettivo degli iraniani pur di distruggere Israele ed ammazzare qualche centinaio di migliaia di cittadini sauditi? Nessuno lo può escludere, naturalmente, mai mettere limiti alla follia umana. Ma l'interrogativo riguardo al fatto che valga la pena di pagare un simile prezzo potrebbe farsi strada perfino nelle più dure cervici dei fanatici iraniani. Vale la pena di infliggere al mondo la più grande tragedia di tutti i tempi in meno di una settimana e di farlo assistere alla prova generale dell'autodistruzione dell'umanità?

Di Gianni Pardo

giannipardo@libero.it
www.DailyBlog.it
 



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