Stati Uniti, Israele, Turchia: nuovo ordine in Medio Oriente?

Venerdì, 9 luglio 2010 - 16:51:00


Di Simone Comi - www.formazionepolitica.org

Negoziati diretti con i palestinesi, passi concreti che si possono compiere per accelerare il processo di pace. Con queste intenzioni il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha lasciato Washington dopo i colloqui con il Presidente Barack Obama e l’ incontro sembra aver riportato un poco di armonia nelle relazioni tra i due alleati. Entrambi i premier hanno raggiunto il risultato politico che auspicavano all’approssimarsi di un appuntamento tanto importante quanto delicato, ma resta ora da verificare la reale fattibilità del progetto dei “due Stati” a fronte di una Knesset dominata da formazioni fortemente nazionaliste.
Per Barack Obama era importante ottenere una dichiarazione d’impegno da parte del leader israeliano rispetto alla possibilità di negoziati diretti con l’Autorità Nazionale Palestinese, parole in grado di accelerare la marcia verso quella soluzione dei “due Stati” che è l’obiettivo finale della Casa Bianca per la questione israelo-palestinese. Netanyahu doveva ritrovare quel legame speciale con Washington sfilacciatosi pericolosamente negli ultimi mesi, a causa dell’annuncio di nuove costruzioni a Gerusalemme Est e dei profondi contrasti sul processo di pace.

Pace fatta e sintonia ritrovata, quindi? Se è vero che le relazioni internazionali sono il regno del tempo condizionale, in questo caso più che mai è bene prestare la massima attenzione. Sebbene Netanyahu abbia infatti dichiarato che gli israeliani sono pronti ad assumersi alcuni rischi per la pace e Obama abbia lanciato un plauso alla serietà dimostrata dal leader del Likud, restano in sospeso alcune questioni fondamentali. In primis la questione degli insediamenti, rimasta sospesa durante gli incontri dei due leader con la stampa ma che tornerà invariabilmente ad esacerbare i toni politici a Tel Aviv. Netanyahu dovrà infatti riferire alla Knesset, il Parlamento israeliano, al suo ritorno in patria e non potrà evitare tanto facilmente la questione. I colloqui diretti potrebbero iniziare entro settembre, quindi prima della scadenza della moratoria sui nuovi insediamenti ebraici nei territori palestinesi, ma il risultato non verrà certo in un solo mese.

Cosa succederà dopo? E’ fin troppo facile pensare che in caso di ripartenza nella costruzione delle colonie non ci sarà più nessun processo di pace. Figurarsi discussioni tra le due parti. E ancora: il premier israeliano sa bene che per sbloccare definitivamente la situazione urge un ritiro dalla Cisgiordania, processo che si delinea assai delicato e che potrebbe scatenare le ire del potente movimento dei coloni. Come farà Netanyahu ad evitare di rimanere schiacciato dalle polemiche sul fronte interno? Non bisogna inoltre dimenticare che la soluzione dei “due Stati” prevede che Israele confini con quello che sarà lo Stato Palestinese solo verso il fronte occidentale, mentre quello sul lato al confine con la Giordania sarà fuori dal controllo delle autorità di Tel Aviv. Sono in molti a temere che quello possa diventare il passaggio preferito dalle carovane d’armi che riforniscono i combattenti palestinesi, come lo è ora la frontiera tra Gaza e l’Egitto. E quelli sopra elencati non sono che i tre macro-problemi principali, senza contare la serie infinita di micro-questioni che potrebbero far miseramente naufragare i negoziati di pace.
Il colloquio di Washington sembra aver perlomeno allentato la tensione tra i due alleati e riavvicinato leadership che finora si sono solo mal sopportate. Si può forse definire un instabile punto di partenza che lascia ben sperare per il futuro, ma non sarà probabilmente ricordato come il meeting che ha segnato l’avvio di un processo di pace credibile tra israeliani e palestinesi.

Barack Obama si è detto soddisfatto perché la consegna degli aiuti umanitari a Gaza è avvenuta rapidamente e senza problemi di sorta e ha dichiarato di auspicare un forte sostegno al processo di pace da parte degli Stati arabi della regione. Netanyahu ha sottolineato invece l’importanza della leadership statunitense rispetto alla questione del nucleare iraniano ma ha al contempo dichiarato che il governo di Tel Aviv dovrà inoltre preoccuparsi per la possibilità che forze vicine a Teheran riescano a prendere il controllo dei territori evacuati dagli israeliani. Scambi di buoni auspici e riconoscimenti formali sono all’ordine del giorno in diplomazia, quel che importa veramente in politica è la sostanza delle decisioni. Il leader statunitense ha mandato un messaggio chiaro ai palestinesi: gli Stati Uniti stanno lavorando nel tentativo di far accettare ad Israele la formula che permetterebbe la costituzione di un nuovo Stato e quindi la risoluzione di parte della questione.

Agli israeliani la Casa Bianca ha accordato ancora il suo sostegno e il riconoscimento della partnership speciale che lega i due paesi. Obama ha dichiarato che la posizione statunitense sul nucleare israeliano non è cambiata, poiché le esigenze si sicurezza dello Stato ebraico sono “uniche”. Nessun presidente si è mai espresso così apertamente rispetto ad un tema tanto delicato quanto spinoso, che potrebbe creare più di qualche fastidio a livello internazionale dati i mugugni dei paesi non nucleari alla Conferenza di riesame del Trattato di Non Proliferazione. Washington e Tel Aviv hanno riscoperto una partnership che si era persa negli ultimi mesi, la Casa Bianca si è conquistata l’appoggio delle lobby israeliane alle prossime elezioni di mid-term, fondamentale date le difficoltà in cui versa il Partito Democratico, mentre il governo Netanyahu ha incassato il placet pubblico statunitense sul nucleare. Fondamentale per azzerare eventuali polemiche con gli Stati arabi o che ambiscono al nucleare.

L’incontro tra Barack Obama e Benjamin Netanyahu ha rilanciato il ruolo di honest broker che la Casa Bianca sembra essersi ritagliata ad hoc rispetto alla questione israelo-palestinese, posizione destinata a rafforzarsi ancora nel caso in cui i prossimi negoziati tra le parti non si riveleranno l’ennesimo tentativo di salvataggio andato fallito. Quella che si potrebbe definire la “partnership ritrovata” è frutto non solo della volontà delle due leadership di riaffermare il legame storico che intercorre tra i due paesi, ma ancor più rappresenta un chiaro monito agli altri attori regionali. Segnale chiaro alla leadership iraniana in primis: Israele resta ancora il player fondamentale della regione mediorientale, l’unico paese dotato di testate atomiche ad aver incassato il placet della Casa Bianca sulla questione. E, sebbene alcuni osservatori leggano diversamente quanto sta succedendo, l’incontro di Washington potrebbe rivelarsi parte importante di una nuova strategia statunitense per l’area. Riaffermando la partnership con Israele e lasciando alla Turchia ampi margini di manovra nella zona mediorientale la Casa Bianca potrebbe tentare infatti lo sganciamento parziale da una regione instabile e quanto mai preda di tensioni e attriti. Favorendo, o almeno non ostacolando, l’emergere di un secondo pivot regionale in grado di dialogare seriamente con gli Stati arabi della regione ma legato al contempo all’occidente, in quanto membro della Nato incapace di giocare da player solitario sia sul piano della Sicurezza che su quello della Difesa, Washington potrebbe favorire una nuova stabilità senza doversi esporre direttamente e mantenendo al contempo un considerevole ascendente nell’area.

Con una Turchia in grado di assecondare gli interessi economici iraniani mitigandone al contempo le posizioni politiche e un Israele che mantiene la stabilità dell’area senza dover lanciare minacciosi proclami di guerra che servono in realtà più a difendersi che ad attaccare, potremmo essere al principio di una stabilizzazione duratura di un’area storicamente esplosiva. E se qualche osservatore presenta con un certo timore le osservazioni del premier turco Erdogan rispetto alle politiche del governo di Tel Aviv basti ricordare che già nel 2004 questi decise di mostrarsi critico verso la politica israeliana nella West Bank e nella Striscia di Gaza, definendo “terrorismo di stato” le iniziative dell’esecutivo israeliano e ospitando ad Ankara una delegazione di Hamas subito dopo la vittoria del Movimento di Resistenza Islamico alle elezioni per l’Autorità Nazionale Palestinese nel gennaio del 2006. Quello che da alcuni viene definito un cambiamento della linea politica turca nei confronti di Israele sarebbe da considerarsi oggi, come lo fu allora, un semplice mutamento nei toni e nello stile delle dichiarazioni. Difficile infatti pensare, lo fu allora come lo è oggi, che la cooperazione turco-israeliana nei settori della difesa e dell’intelligence verrà a mancare o sarà messa in discussione.

 

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