Silvio chiama il piatto in Sardegna e innesca un terremoto a Roma
di Angelo Maria Perrino
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Né è servito a Soru, l'ambientalista, il modernizzatore, "incantatore di serpenti", come lo ha definito Berlusconi, comprarsi l'Unità, se non per acquisire un house organ in campagna elettorale, che peraltro ha accentuato l'evidenza del suo conflitto di interessi e ha fornito a osservatori inzighini come il grandissimo Giampaolo Pansa argomenti acidissimi per inzuppare la penna velenosa con del fuoco amico quanto mai neghittoso.
E doveva essere tutt'altro che forte la corazzata Tiscali, se al premier e alla sua coalizione (che ha conquistato un lusinghiero 57 per cento contro il 38 del centrosinistra) è bastato il figlio del suo commercialista per aggiudicarsi il piatto, diventare il vero governatore della Sardegna e fare di villa Certosa il quartier generale della regione più massona e più bella d'Italia.
Vince il signor Ugo Cappellacci, che ricorda certi notai di Mike Buongiorno. E vince il suo spin doctor Gavino Sanna, il grande pubblicitario inventore del Mulino Bianco e dei rigatoni Barilla e del linguaggio della famiglia felice e dei buoni sentimenti, quelli che hanno convinto i sardi. Delusi dalla politica dei troppi no che hanno caratterizzato la tempestosa gestione della Regione da parte del Governatore provider: la tassa sul lusso, la cui riscossione costava di più dei ricavi prodotti, la tassa sulle seconde case degli immigrati, il blocco del credito all'agricoltura, il blocco della formazione professionale... Niente da fare, Soru out.
Un successo inaspettato, quello di Cappellacci e soprattutto di Silvio Berlusconi, su cui nessuno avrebbe scommesso un cent. Che si unisce a quello d'Abruzzo e a quello di Roma. Il Pdl, nell'isola dei pastori e della Costa Smeralda, della bottarga e del cannonau, del pecorino e del vermentino, del pane carasau e delle basi militari, ha superato il 30 per cento, a danno di un Pd rimasto sotto un misero 25.
Ne scaturirà un terremoto politico nazionale. E nulla sarà come prima. Nel centrodestra verranno messe a tacere le poche voci critiche nei confronti della leadership del Cavaliere, dando il viatico più robusto al definitivo varo della fusione An-Forza Italia. L'Udc, che ha avuto un grande successo schierandosi con il Pdl, verrà attratto ulteriormente nell'orbita del centrodestra. E a sinistra si avvertono i prodromi di un disfacimento, che però forse sarà una lenta e suicida implosione per un progetto Pd che non è riuscito a decollare e ora con le sue contraddizioni si abbatte sulla testa dell'incolpevole Walter Veltroni, catapultatosi con generosità (ma senza il necessario pugno di ferro) al vertice di un partito che non c'è, né nei programmi, né negli uomini, né nei valori, stretto tra cacicchi locali resistenti e vertici nazionali divisi tra di loro e privi di autorevolezza e legittimazione.



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