Serbia, o il boia o l'Ue. Caccia al superlatitante
Una taglia di dieci milioni di euro, oltre 1.000 uomini sulle sue tracce, costi di 1 miliardo di euro l'anno - 160 euro al mese per cittadino - in termini di danni d'immagine e mancati investimenti. Questi, secondo la Procura speciale serba per i crimini di guerra, i numeri della caccia a Ratko Mladic, il 'boia dei Balcani' formalmente latitante dall'estate 1995, quando il Tribunale penale internazionale dell'Aia (Tpi) lo accusò di aver ordinato il genocidio di 8.000 civili musulmani nel 1995 a Srebrenica, in Bosnia, e dell'assedio di Sarajevo.
Un "militare esperto" difficile da stanare, secondo il presidente della Repubblica serbo, Boris Tadic, impegnato a sgombrare il campo dai sospetti che l'attuale governo filoeuropeista di Belgrado, in carica da maggio 2008, invece di non riuscire, non voglia catturare il super fuggitivo, oggi sessantottenne. Il destino di Mladic è legato a doppio filo a quello della Serbia: solo dopo averlo consegnato alla Giustizia internazionale, Belgrado potrà 'scongelare' il suo cammino europeo.
Il 25 ottobre scorso la richiesta di candidatura serba è stata trasferita all'esame tecnico della Commissione europea. Il parere è atteso in autunno 2011, ma se per allora il procuratore capo del Tpi, Serge Brammertz, non avrà decretato raggiunta la 'piena cooperazione' di Belgrado con la Corte Onu, difficilmente arriverà da Bruxelles lo status ufficiale di Paese candidato per la Serbia. E la piena cooperazione coincide, in sostanza, con l'arresto di Mladic.
"Ancora problematici" sono gli sforzi di Belgrado per catturare Mladic, secondo le parole usate da Brammertz il 6 dicembre scorso, nel suo ultimo rapporto semestrale presentato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Pochi giorni prima, in una conferenza stampa a Belgrado, il magistrato belga era andato oltre: "riconosco che ci sono persone che stanno compiendo perfettamente il loro lavoro, ma altre potrebbero compierlo in maniera più professionale". E ancora: "la principale ipotesi di lavoro è quella che (Ratko Mladic) sia in Serbia".
"Non sappiamo dove si trova Ratko Mladic. Se lo sapessimo sarebbe arrestato oggi" ha replicato il presidente serbo Boris Tadic. "Le informazioni di cui disponiamo - ha aggiunto - sono che era a Belgrado nel 2006". Allora governava il nazionalista Vojslav Kostunica, ma il punto è se anche oggi Mladic si nasconda in Serbia, sotto gli occhi delle autorità. Il ministro degli interni Ivica Dacic, ha chiesto aiuto ad Interpol, prefigurando dunque l'ipotesi formale di una latitanza all'estero.
In tale quadro di incertezza proseguono le indagini, che dal 2008 contano sei blitz 'ufficiali' delle forze speciali in territorio serbo. Il 23 febbraio 2010 nell'abitazione belgradese della famiglia Mladic sono state requisite 3.500 pagine dei diari autografi del fuggitivo. Secondo gli inquirenti sarebbe proprio il figlio Darko uno del cerchio di "meno di cinque persone" che protegge l'ex generale. Gente che agisce "per convinzione e per ragioni ideali".
Ma anche se il cerchio sembra stringersi, Belgrado deve prendere "più iniziative e reagire più rapidamente alle informazioni" è uno dei giudizi più recenti di Brammertz sullo stato delle indagini. Vladimir Vukcevic, capo della Procura serba per i crimini di guerra ha sempre meno tempo: il prossimo treno per l'Ue farà tappa a Belgrado il prossimo autunno.



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