Il big rutelliano Mosella ad Affari: "Il Pd rischia la divisione"

Sabato, 8 agosto 2009 - 13:00:00


Pd/ Sud e questione morale: Marino prepara l'affondo

Il tesoriere del Pd: "Voglio il patrimonio dei Ds"

Di Francesco Cocco

Come molti di quelli che davvero contano, Donato Mosella non è un politico che finisce spesso sui giornali. Nato in Brasile cinquantadue anni fa, ma cresciuto a Napoli,  Mosella diventa parlamentare nel 2001 e, dopo un anno, capo della segreteria politica di Francesco Rutelli. Deputato del Pd, nel gruppo dei Liberi Democratici incarna un ruolo cruciale. Non solo per la sua prossimità al leader, ma per i rapporti eccellenti che lo uniscono al mondo cattolico, in cui si è formato politicamente. Nel 1995, con Rutelli sindaco di Roma, Papa Giovanni Paolo II lo nomina membro del “Comitato Centrale del Grande Giubileo dell'Anno 2000” e presidente del “Comitato Tecnico dell'Anno Santo” (dirigerà poi il “Centro del Volontariato per l'accoglienza giubilare”). Nel 1998 il “Servizio Missionario Giovani" gli conferisce il premio "Artigiano della Pace". In un partito quantomai agitato sulla faglia fra cattolici e laici, Mosella non è dunque un rutelliano qualsiasi.

Donato Mosella
Donato Mosella
L'Agenzia del farmaco ha autorizzato, purché in ospedale, l'uso della pillola abortiva (RU486)...
"La giudico una pagina negativa, sotto il profilo etico ed educativo. E' preoccupante la deriva, giunta anche in Italia, sul tema della vita. Penso alla responsabilità verso la vita nascente, ma anche alle famiglie, che si trovano in una condizione sempre meno portata alla generosità, all'apertura, alla crescita".
 
La Chiesa ha già fatto sapere che reagirà...
"La mia è più la preoccupazione laica di chi vive la realtà etica e politica del Paese. Comunque, una reazione della Chiesa la davo per scontata. La vedo nella logica e nel ruolo che la Chiesa universale deve svolgere".

Quanto conta, nell'Italia di oggi, la voce della Chiesa? In particolare, la voce delle gerarchie cattoliche?
"Penso che conti tanto. Vedo nel paese una comunità attenta al suo messaggio".

E quanto conta, nel Pd?
"Credo che conti, che ci sia attenzione. Anche da parte dei non credenti. Ci sono voci diverse all'interno della gerarchia e tutte sono ascoltate, commentate; a volte con toni più marcati. A volte si fraintende. Perché c'è una parte minoritaria del partito i cui atteggiamenti non sono laici, ma di chiusura".
 
A chi si riferisce?
"Ci sono frange più radicali un po' intolleranti rispetto alla voce dei vescovi. Ma sono proprio un'assoluta minoranza".
 
Secondo lei c'è ancora il rischio che, a seconda dell'esito del congresso, una componente del Pd possa uscire dal partito? E che si torni ai Ds e alla Margherita?
"Ds e Margherita? Non lo ritengo più possibile. La vicenda degli ultimi anni è stata complicata, ma il  Pd si è messo alle spalle le due storie precedenti. Che invece il partito corra qualche rischio, lo ritengo un fatto possibile".

Rischio di divisione?
"Sì. Ma non lo corre solo il Pd. Fibrillazioni ne vedo anche nell'altro campo".

Sia Dario Franceschini, sia il tesoriere del Pd Mauro Agostini (in un'intervista ad Affaritaliani.it)  hanno auspicato che vengano unificati i patrimoni economici di Ds e Margherita. Lei è d'accordo?
"Sono favorevole, sì. Mi sembra una cosa giusta, andava fatta tempo fa. Le fusioni si fanno in toto: gli uomini, ma anche le disponibilità economiche".

Torniamo al congresso Pd.
"A livello nazionale sostengo Franceschini".

Che è la scelta espressa dal suo gruppo, i Liberi Democratici di Rutelli. Ma nel congresso regionale della Campania, la sua regione, lei si è schierato con Bersani e con il suo candidato Enzo Amendola.
"Le due questioni, nazionale e regionale, vanno tenute distinte. A livello nazionale, la guida di Franceschini è più aperta, pluralista, dà al Pd più possibilità di espandersi e rappresentare ciò che in origine voleva essere. Quella di Bersani ha un po' lo sguardo rivolto all'indietro e quindi la ritengo dannosa per il partito".

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