L'altra faccia di Alessio II. Il patriarca belligerante
Di Massimiliano Di Pasquale 
Alessio II
Aleksei Makarkin, vice presidente del centro per le tecnologie politiche, in un articolo pubblicato sul giornale russo Yezhednevny zhurnal l'indomani della scomparsa di Alessio II definisce il patriarca "un uomo che è già entrato nella storia per avere unificato la Chiesa ortodossa russa della Federazione con quella all'estero". L'articolo, dal tono agiografico, nel ripercorrere la vita di Alexei Mikhailovic Ridiger - nato a Tallinn, Estonia il 23 febbraio 1929, da padre sacerdote ortodosso discendente di un'antica famiglia baltica - sottolinea come sei mesi prima di essere eletto Patriarca, il futuro capo della chiesa ortodossa russa avesse condannato il ricorso alla forza da parte dell'esercito sovietico nei confronti dei dimostranti di Vilnius.
Un campione di saggezza, democrazia e di indipendenza. Questo quanto emerge dalle parole del politologo russo. Peccato che la realtà dei fatti smentisca in buona parte questo generoso ritratto. Torniamo per un attimo all'episodio citato da Makarkin. Se è verità storica che Alessio II condannò l'uso della forza nella capitale lituana, è altrettanto inconfutabile che lo stesso Alexei Ridiger solo qualche mese prima, siamo nel dicembre 1990, è tra i cinquantatre firmatari di una lettera a Gorbaciov pubblicata dal quotidiano neostalinista "Sovetskaja Rossija" . La missiva sottoscritta dai futuri golpisti Baklanov e Varennikov e dagli intellettuali nazionalisti Bondarev e Prochanov esprime non solo una condanna della glasnost e della perestrojka gorbacioviane ma è un vero e proprio manifesto politico del nazionalismo russo e del ruolo imperiale di Mosca.



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