Conversazioni private
Di Giuseppe Morello
Non ci sono dubbi che chi abbia ascoltato le conversazioni tra la D’Addario e Berlusconi pubblicate dall’Espresso si sia goduto il piacere dell’“effetto live”. Voci, inflessioni, esitazioni, rumori di fondo rendono quei nastri intriganti, come sempre avviene quando ci capita di origliare la conversazione tra persone ignare di essere ascoltate o registrate.
Ma a parte questo “effetto di realtà”, quelle registrazioni non rivelano niente che già non si sapesse: forza di intrattenimento alta, ma contenuto informativo nullo. Perché pubblicarle allora? Naturalmente perché qualunque giornalista lo farebbe senza esitazioni, e sarebbe difficile dargli torto. Simmetriche alle ragioni del diritto di cronaca ci sono però i principi elementari della privacy: non dimentichiamo che registrati in camera da letto tutti noi saremmo “scandalosi”, non solo il premier.
Ha forse torto Antonio Polito sul Riformista nel dire che “il dovere di informare dovrebbe fermarsi sulle soglia del buco della serratura”? Tra l’altro non stiamo parlando di registrazioni disposte da un magistrato, ma di nastri usati da un privato cittadino per ricattare o vendicarsi (perché altrimenti la D’Addario lo avrebbe fatto? Per immortalare l’indimenticabile serata?). In questo caso poco conta che Berlusconi sia una figura pubblica: non per questo ci mettiamo a spiare cosa dicono nell’intimo Emma Marcegaglia o Ratzinger, specie se le loro conversazioni sono “divertenti” ma inutili.
O troviamo dunque un equilibrio tra privacy e cronaca (provando anche un po’ a prescindere da Berlusconi), oppure accettiamo di tornare indietro di 20 anni, quando per la privacy non c’era nemmeno la parola per indicarla.



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