I partiti sono morti
Di Giuseppe Morello
Dice la Costituzione (art. 49): tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. I padri costituenti parlano di cittadini che si associano, ma non potevano prevedere che in Italia avremmo avuto partiti di gente che si associa con se stessa.
Berlusconi è stato il primo a dare una forte impronta leaderistica al suo partito, che in ogni caso un suo seguito e una sua struttura ce l’ha. Analogamente ci aveva provato Veltroni con il Pd. Ma gli altri? Il resto è tutto un pullulare di liste unipersonali, di partiti o movimenti che gratta gratta si riducono a una sola persona: Di Pietro, Bonino, Vendola, o Rutelli che si muove sempre come se fosse un partito a sé stante. Tutti generali senza esercito, tutti birilli rossi del loro immaginario tavolo da biliardo, atomi che fingono di avere alle spalle schiere di militanti, e invece quasi sempre hanno solo loro stessi.
Ultimo esempio? In Puglia Berlusconi non ha convinto a farsi da parte Adriana Poli Bortone, che ad Affaritaliani.it dice: “Io vado avanti. Sono a capo del movimento ‘Io Sud’ che crede nei valori del Mezzogiorno.”
Ci sarà consentito dubitare della forza prorompente di “Io Sud”, sospettando che si tratti dell’ennesimo indivisibile atomo (si capisce già sbirciando il sito).
Ma il problema è che la politica ridotta a lotta tra leader senza seguito e che non rispondono a nessuno se non a loro stessi diventa gioco fatuo, tattica per il potere, risiko tra giocatori che bluffano.
In tutto questo idee, valori, progetti e competenze non contano più nulla. E alla fine non c’è nemmeno più la politica. Restano solo birilli egocentrici.



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