Quei giudici in cerca solo di notorietà
Dai giornali apprendiamo che il celebre magistrato spagnolo Baltasar Garzón è stato condannato a undici anni di inibizione dalla magistratura e alla "perdita definitiva della carica che ricopriva e degli onori connessi". Chi sia questo signore e che cosa abbia fatto lo sanno tutti. Ha cercato di perseguire Pinochet, Osama bin Laden, Berlusconi ed altri ancora, mettendo in moto procedimenti che hanno avuto eco su tutti i giornali del mondo. Non ha concluso molto, naturalmente: per non citare che loro, Bin Laden avrà sorriso di lui, Berlusconi è stato assolto, Pinochet è rientrato nel suo Paese.
Ciononostante Garzón è rimasto una star internazionale: il paradigma del singolo che, in nome della giustizia e non guardando in faccia a nessuno, è capace di attaccare chiunque nel mondo - la Spagna era troppo piccola, per quel giustiziere - e magari metterlo in galera. Negli anni recenti però la sua foga di punizione gli ha fatto sbagliare misura: è arrivato a intercettare il colloquio di due accusati con i loro avvocati e per questo è stato ora condannato. Inoltre ha altri due procedimenti a suo carico. La chiromante difficilmente gli predirebbe un futuro di successi.
Prescindendo totalmente dal discusso magistrato spagnolo, la vicenda suggerisce qualche riflessione sui guasti che può provocare la paranoia unita al potere. Il massimo esempio è naturalmente Adolf Hitler. L'antisemitismo è in genere un pregiudizio da menti poco acculturate, poco sottili e poco equilibrate. Sarà dunque rappresentato al meglio dallo sciocco che nella bettola, con un bicchiere di birra in mano, proclama che sarebbe meglio ammazzare tutti gli ebrei. Costui poi pagherà il conto, tornerà a casa, si farà magari strapazzare da una moglie indignata per il suo ritardo e per il suo alito, e tutto finirà lì. Se invece chi dice che gli ebrei bisognerebbe ammazzarli tutti è un paranoico capace di arrivare al potere e comandare a un gigante come la Germania, il risultato è la Shoah.
Il potere però non è solo quello politico, quello del dittatore. È anche quello di chi agisce in nome di un valore incontestabile. O più esattamente di un valore che non è permesso contestare. Se qualcuno, ancora nel Seicento o nel Settecento, avesse voluto protestare contro la crudeltà di certi processi per stregoneria, avrebbe sbattuto contro un muro invalicabile: poteva anche darsi che ci fosse volontà persecutoria, poteva anche darsi che ci fosse del sadismo, ma nessuno poteva mettere in discussione le alte finalità della Chiesa, la salvezza delle anime. Qualcuno poteva opporsi alla santità di questo fine?
L'antisemitismo non è più di moda e la caccia alle streghe è un ricordo del passato. Gli stessi valori della Chiesa - per esempio in materia di aborto o di eutanasia - sono messi in discussione. Viceversa è rimasta una ridotta inespugnabile di quel fenomeno: l'amministrazione della giustizia. Qui il valore contro cui è inammissibile protestare è il Codice Penale, e non importa il principio ciceroniano per cui il summum ius è summa iniuria, il supremo diritto può corrispondere alla suprema ingiustizia.
Si può partire da un esempio ai limiti dell'operetta ma storico. Un vigile urbano ce l'aveva con un uomo colpevole, ai suoi occhi, di essere l'amante della moglie o qualcosa del genere. Si mise dunque a contestargli una quantità inverosimile di contravvenzioni al codice della strada e la vicenda finì dinanzi alle autorità. Da un lato, se quelle contravvenzioni erano reali, il vigile nel contestarle aveva fatto il suo dovere. Dall'altro, se le aveva contestate non perché reali, ma per perseguitare un rivale, aveva commesso un abuso di potere. Il vigile fu punito. Ma la vicenda sarebbe finita nello stesso modo, se il protagonista fosse stato un magistrato? C'è da dubitarne.
Nell'ambito giudiziario l'obbligatorietà dell'azione penale è uno scudo dietro il quale si può nascondere qualunque cosa. Alcuni magistrati, facendosi forti di questo strumento, hanno acquistato una facile notorietà, magari da monetizzare un giorno in altri campi, in particolare quello politico. E poco importa quanto dolorosamente ciò sia stato pagato da innocenti cittadini, spesso assolti dopo anni ed anni di traversie, spese e angosce.
Il paranoico privato è un caso clinico, il paranoico sostenuto dal potere o da un valore pubblico, è un pericolo per la collettività. E forse contro questo pericolo la collettività non ha adeguate difese.
Di Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
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