Fini all'attacco: Berlusconi illiberale
"In due ore, senza la possibilità di esprimere le mie ragioni, sono stato di fatto espulso dal partito che ho contribuito a fondare". Gianfranco Fini rompe il silenzio e replica a Silvio Berlusconi, dando alla cosa l'ufficialità di una conferenza stampa nel centro di Roma. "Ovviamente non darò le dimissioni - ribadisce all'indomani dell'ufficio di presidenza del Pdl che lo ha "sfiduciato" nel suo ruolo di leader di Montecitorio - perché il presidente della Camera deve garantire il parlamento e non la maggioranza che lo ha eletto". Quindi l'affondo nei confronti di Berlusconi: proprio "l'invito a dimettermi dalla presidenza di Montecitorio perché è venuta meno la fiducia del Pdl", attacca Fini, "dimostra una logica aziendale, modello amministratore delegato-consiglio d'amministrazione, che di certo non ha nulla a che vedere con le nostre istituzioni", e rappresenta, attacca ancora l'ex leader di An, una "concezione non proprio liberale della democrazia".
Quanto alla battaglia per la legalità, Fini non intende fare alcun dietrofront: "È un impegno che avverto - ha spiegato - per onorare il patto con i nostri milioni di elettori onesti, grati alla magistratura e alle forze dell’ordine, che non capiscono perché nel nostro partito il garantismo significhi troppo spesso pretesa di impunità. Ringrazio - ha aggiunto il presidente della Camera - i tantissimi cittadini che in queste ore mi hanno manifestato solidarietà e mi hanno invitato a continuare nel nome di principi come l’amor di patria, l’unità nazionale, la giustizia sociale, la legalità intesa nel senso più pieno del termine: cioè lotta al crimine come meritoriamente sta facendo il governo. Ma anche etica pubblica, senso dello Stato, rispetto delle regole".
Quattro minuti di discorso. Gianfranco Fini non si e' dilungato oltre e non ha accettato domande: per spiegare le sue ragioni, il presidente della Camera ha impiegato 240 secondi. Entrato nella Sala dell'Hotel della Minerva tra gli applausi, Fini ha subito preso posto nel piccolo palco montato al centro. Alla sua destra i parlamentari finiani, gli uomini che gli sono rimasti piu' vicini nelle ore con lo scontro frontale con Silvio Berlusconi. Alla sua sinistra Fabrizio Alfano, il suo fedele portavoce che con gli occhi vaga tra il discorso dell'ex leader di An e la sala, zeppa di cronisti italiani e stranieri. Fini inizia a parlare alle 15.10, accolto in sala dagli applausi dei suoi uomini. Mentre parla, loro sorridono e annuiscono: ci sono Bocchino, Bongiorno, Granata, Moffa, Perina, Urso e tanti altri. Fabio Granata, uno dei tre deferiti poi probiviri del Pdl, riprende il discorso di Fini con il suo telefonino. Alle 15.14 Fini termina la sua dichiarazione e, tra nuovi applausi dei suoi, lascia la sala dell'Hotel Minerva.
I finiani nel frattempo hanno costituito un gruppo autonomo alla Camera, che si chiamerà 'Futuro e Libertà per l’Italia'. Il nome del gruppo è stato formalizzato presso gli uffici della Camera, cui sono state anche consegnate le 34 richieste di adesione da parte dei deputati che hanno deciso di seguire Gianfranco Fini dopo la rottura con Berlusconi. In un primo tempo si era pensato che i gruppi parlamentari avrebbero potuto prendere il nome di «Azione nazionale» e rispolverare così il vecchio acronimo di An. Prima ancora si era parlato di «Nazione e libertà».
Ecco l’elenco dei deputati in fuga dal Pdl: Ruben, Ronchi, Lamorte, Buongiorno, Scalia, Lo Presti, Perina, Granata, Briguglio, Giorgio Conte, Bellotti, Polidori, Moffa, Tremaglia, Urso, Menia, Consolo, Angeli, Sbai, Paglia, Raisi, Bocchino, Barbareschi, Siliquini, Della Vedova, Napoli, Proietti, Di Biagio, Patarino, Cosenza, Divella, Barbaro, Bonfiglio. Quanto al capogruppo, sarà stabilito dalla prima riunione del gruppo. Intanto il rappresentante del neonato gruppo dovrebbe essere Giorgio Conte.
Anche al Senato ci sono i numeri per costituire il gruppo finiano. A Palazzo Madama è stata infatti toccata la soglia dei 10 senatori necessaria per costituire un gruppo autonomo, mentre alla Camera è già stato depositato il nome del gruppo dei deputati, al quale hanno già aderito 34 finiani.
ECCO PERCHE' IL GOVERNO E' A RISCHIO - Attualmente la maggioranza di governo nei due rami del Parlamento è di 342 deputati e 174 senatori, a fronte di una maggioranza necessaria, rispettivamente, di 316 a Montecitorio e 162 a Palazzo Madama. A Montecitorio basterebbero quindi 27 voti in meno per portare il governo a 315, sotto la soglia minima di sopravvivenza. E stando ai numeri sono 34 i deputati finiani che si sfilano. A Palazzo Madama, invece, per perdere la maggioranza degli aventi diritto, dovrebbero essere 16 i senatori ad abbandonare il Pdl.



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