Nasce il Pdl... sì, ma tra quattro anni. I segreti della fusione Forza Italia-An
Intanto è stata risolta con un compromesso la questione patrimoniale tra Forza Italia e Alleanza Nazionale. Le proprietà immobiliari, i lasciti economici e il 25% dei singoli finanziamenti pubblici (rimborsi elettorali) confluiranno nelle casse comuni soltanto a partire dal 2013.
Quello che porta alla nascita del Popolo della Libertà è un matrimonio a lungo annunciato (dal Predellino in poi) e ormai dato per scontato dagli elettori di Centrodestra (abituati a votare per un logo unitario fin dal 1994), e che trova resistenze proprio nel momento più delicato: non quello della sintesi delle idee (la questione culturale è, e resta centrale), ma della costruzione organizzativa del Pdl.
Nella battaglia interna tra classi dirigenti si gioca la vera partita, che divide gli attuali detrattori del nuovo partito degli italiani e i suoi fan. In pratica, chi boicotta da dentro e chi tifa da fuori. E gli argomenti dei primi sono ben noti: bisogna costituzionalizzare il berlusconismo per passare dal partito-carismatico, condizionato dagli umori, dagli slanci e dai sondaggi, dal “partito-guida” e guidato dal capo, destinato a sparire, se il capo viene sconfitto o sbaglia una politica governativa; al “partito-specchio”, espressione del congresso e di uno statuto che dovrà necessariamente mettere nero su bianco le regole comuni e condivise (la formazione della classe dirigente e anche la stessa successione). E la soluzione sarebbe un partito pesante nella sua forma collegata al territorio (partito federalista nella rappresentanza), ben strutturato e organizzato (partito presidenzialista nella decisione). Gli argomenti dei secondi, invece, sono tutti orientati a rendere permanente il nuovo soggetto del Centrodestra, enfatizzando ciò che unisce rispetto a ciò che divide.
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Ma posto che il sistema elettorale di nominati, blinda la classe dirigente; in prospettiva, la mancanza di ricambio e di contatto col collegio elettorale, quanto peserà sulla democrazia interna e sullo sviluppo futuro del Pdl? E le quote di rappresentanza interna-elettorale, stabilite da Denis Verdini per Fi e Ignazio La Russa per An, 70 a 30 in favore degli azzurri, fino a quando reggeranno? E fino a quando chi viene da An accetterà tale imposizione matematica? E’ noto, infatti, che i rapporti di forza tra i due partiti sono totalmente squilibrati e che An, se non cambia qualcosa, sarà destinata a giocare unicamente un ruolo di nobile comprimario. Anche perché nel Centro-Sud, la percentuale elettorale si ribalta in favore dell’ex partito di Fini. Un presidente della Camera, che un giorno sembra riprendere lo scettro in mano per garantire i suoi, un altro giorno, si distacca verso obiettivi costituzionali (il patriottismo repubblicano e legislature costituenti), che nulla hanno a che vedere con le dinamiche interne del nascente Pdl.
Un confronto quantitativo e qualitativo (An e Fi, dentro il Pdl) che dovrebbe essere tutelato dai colonnelli di via della Scrofa, che al momento non si stanno battendo un granché sul tema. Qualcuno è più berlusconiano dei berlusconiani e quindi, ha già fatto il salto del fosso; qualcun altro sta aspettando le altrui scivolate, per andare ad occupare lo spazio destro del Pdl. Insomma, un gioco sulla pelle di elettori, militanti, iscritti, che da decenni si sono riconosciuti nella destra politica e che nel weekend che segna l'inizio della primavera assistono alla chiusura dell’esperienza di An, presentata (in parte giustamente) come la definitiva costituzionalizzazione democratica della destra.



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