Pietro Ichino ad Affari: il Pd che vorrei. "Ecco le tre vere riforme anti-crisi"

Mercoledì, 22 luglio 2009 - 10:20:00

Quanto al Nord, che cosa l'ha convinta della proposta di Martina?
"Innanzitutto Martina ha capito profondamente la necessità di affrontare in modo nuovo alcuni temi cruciali per lo sviluppo del Nord: l'efficienza dell'amministrazione pubblica; il patto di cooperazione e trasparenza reciproca tra lo Stato e lavoratori autonomi e piccoli imprenditori; la necessità di coniugare la massima possibile flessibilità delle strutture produttive con la massima possibile sicurezza dei lavoratori, la necessità, quindi, di non costruire questa sicurezza sull'ingessatura dei posti di lavoro, ma sulla qualità e quantità dei servizi nel mercato del lavoro. Ecco, su questi temi Martina ha preso posizione prima degli altri in modo molto netto; e mi pare che abbia intenzione di porli al centro della sua piattaforma programmatica".

Non solo Franceschini e Bersani però: c'è anche Marino. Che cosa pensa del terzo candidato?
"Marino è un grande chirurgo, la sua competenza medica è molto profonda. Condivido totalmente la sua battaglia sul testamento biologico e sono stato tra i primi a firmare il suo ddl. Ma è un professionista prestato alla politica, come lo sono io. Il politico di professione è  un'altra cosa: perde un po' di profondità in una singola materia, ma deve dominare tutta la gamma dei grandi temi cruciali della vita di un Paese. Magari avrò una sorpresa, e in tal caso certamente ne terrò conto nelle mie scelte, che non sono ancora fatte; ma per ora non mi sembra che Ignazio Marino abbia le caratteristiche personali del grande politico".

Quindi, professore, non esiste ancora un Obama della sinistra italiana.
"Questo è poco ma sicuro. Mi dispiace doverlo constatare, ma per ora non mi pare di vederlo all'orizzonte".

Veniamo ai temi economici. Il governo ha presentato un emendamento al decreto fiscale che equipara gradualmente i criteri per l'accesso alla pensione di vecchiaia tra uomini e donne nel pubblico impiego e che pone anche le basi per legare l'età pensionabile alle aspettative di vita. Che cosa ne pensa?
"Ne penso bene: sono entrambe cose da fare. Ma penso anche che i provvedimenti annunciati siano molto parziali e che si debba fare molto di più".

Per esempio che cosa?
"Innanzitutto, la riforma dovrebbe riguardare tutte le pensioni e non solo il settore pubblico. Poi dovrebbe introdurre l'elasticità dell'età pensionabile: la possibilità cioè di scelta tra un'età minima e una massima, come c'è in alcuni Paesi del Nord Europa. Credo che si potrebbe scegliere tra i 60 e i 70 anni, con una riduzione della pensione per chi va a riposo prima e un congruo aumento del trattamento per chi vi accede più tardi. Il sistema contributivo introdotto dalla riforma Dini del '95 consente di fare questa operazione senza compromettere l'equilibrio del sistema pensionistico. Poi andrebbe anche precisata meglio e resa più vincolante la destinazione di quei due miliardi e mezzo, che si risparmieranno con la parificazione dell'età pensionabile, a favore di finalità specifiche come come i servizi che agevolano il lavoro regolare delle donne, o l'assistenza alle famiglie con persone non autosufficienti. Su questo punto stiamo preparando una mozione parlamentare che vincoli il Governo. Infine c'è il problema dell'innalzamento del tasso di occupazione nella fascia tra i 65 e i 75 anni. L'Europa richiede di perseguire questo obiettivo, sul quale noi siamo molto indietro; qui si può fare molto, anche senza norme vincolanti, ma con gli incentivi. A questo proposito sto lavorando a una proposta di legge: incentivi per le imprese per far costare meno il lavoro degli over-65 e premio pensionistico per chi sceglie di rimanere al lavoro fino ai 75 anni".

Professore, che cosa pensa della riforma della contrattazione, che ha creato una profonda spaccatura tra i sindacati?
"Tra l'accordo così come è stato firmato da Cisl, Uil e Ugl e il vecchio assetto basato sul protocollo Giugni del 1993, le differenze effettive sono modeste. Il vero dissenso non riguarda il contenuto ma gli intendimenti che stanno dietro l'accordo. Parlo del 'meta-accordo' che vede Cisl, Uil e Ugl disponibili per un forte spostamento del baricentro della contrattazione collettiva verso la periferia e la Cgil, invece, arroccata in difesa del contratto nazionale. Su questo punto io sto senza mezzi termini con Cisl, Uil e Ugl. L'accordo non  ha un impatto pratico particolarmente incisivo; è l'intendimento retrostante che è giusto; ma, appunto, il nuovo sistema di contrattazione decentrata è ancora tutto da costruire. Bisogna entrare nell'ordine di idee che d'ora in avanti due modelli diversi di concezione del sindacato dovranno convivere e competere tra loro. E perché questa competizione non porti alla paralisi bisogna che si attivi un meccanismo di verifica della rappresentatività di ciascuno degli attori del sistema di relazioni sindacali, in modo da verificare chi ha la maggioranza ed è quindi legittimato a contrattare con effetti generali, al livello aziendale come a quello di settore. Ma questo implica una riforma della rappresentanza che ancora non è stata fatta. E se il sistema di relazioni industriali non sa darsi da solo le regole allora, per il principio di sussidiarietà, deve essere il legislatore a farlo, sia pure con una legge molto leggera".

Quanto alla crisi, professore, sembrano intravedersi i primi segnali di ripresa…
"Diciamo che si incomincia a vedere un lumino in fondo al tunnel. Ma la crisi non è finita. Anzi, l'Italia corre il rischio di un violento choc occupazionale in autunno".

Come giudica gli interventi del governo?
"Sono tutte misure, perdoni il gioco di parole, un po' troppo misurate. Sembrano rispondere più all'esigenza di poter dire 'ho fatto questo per questi e quest'altro per questi altri'. Ma le misure di sostegno del reddito, come gli "ammortizzatori in deroga", sono davvero di entità minuscola ed è talmente macchinoso il sistema per ottenere i pagamenti, che il risultato pratico è davvero troppo esiguo. Stesso discorso per lo scudo fiscale: nell'idea iniziale di Tremonti c'era un bel disegno di accordo internazionale per la lotta ai paradisi fiscali e all'evasione, nel quale entrava anche una sanatoria multilaterale in funzione del varo del nuovo regime; poi, però, quel disegno è completamente caduto, e ne è rimasto soltanto un puro e semplice condono. L'Italia oggi ha bisogno di tutto tranne che di condoni".

Che cosa dovrebbe prevedere l'agenda anti-crisi del Pd?
"Una incisiva riforma del Welfare, destinata a produrre i propri effetti nell'arco di sei-dieci anni, ma che darebbe immediatamente un'affidabilità maggiore al sistema Italia consentendo maggiori margini per una manovra anti-congiunturale incisiva. Una riforma del mercato del lavoro che avvii il processo di transizione verso un sistema moderno di coniugazione della flessibilità delle strutture produttive con la sicurezza dei lavoratori nel mercato. Una profonda riscrittura del diritto del lavoro per le nuove generazioni, senza toccare le posizioni dei lavoratori già in attività con rapporti di lavoro stabili. Un diritto del lavoro che guardi ai nuovi investimenti, alle nuove imprese, alle nuove assunzioni nelle vecchie imprese... un diritto del lavoro semplice e universale che costituisca anche un viatico per aprire il nostro sistema agli investimenti stranieri".

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