Pd verso le primarie con l'incubo dell'implosione
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"Se mi eleggono, lunedì non vado mica da Berlusconi ma dai lavoratori e dalle forze di opposizione", assicura Bersani che, in caso di vittoria, pone in primo piano l'apertura di un cantiere di alleanze, a partire dall'Udc e in vista delle Regionali, e programmi alternativi. E se l'ex ministro ipotizza un dialogo con la maggioranza "solo se si parla dei problemi dei cittadini e non del premier", ancora più netto è Franceschini. "Se sarò eletto, farò un'opposizione intransigente, senza pasticci", afferma il segretario che risponde un secco 'No, grazie'' al ministro Ignazio La Russa che sulle riforme propone di ripartire dalla Bicamerale di Massimo D'Alema. Ma il Pd, come è e come sarà dopo le primarie, convince sempre meno Francesco Rutelli per il quale il Pd è "inadatto" a scenari politici futuri e invece di "recuperare il centro", si avvia ad essere un partito socialdemocratico alleato a Di Pietro". E sulla direzione del partito in caso di vittoria di Bersani, altri lasciano trapelare malumori, salvo poi, magari, smentire. "Fioroni mi ha chiamato, non se ne va", si fa garante Franceschini che ironizza con il blogger Zoro: "Vuoi che escano tutti? Così finisce che rimaniamo io, Bersani e Marino". Non la prende sul ridere, invece, Bersani "indignato e intimamente colpito" da ipotesi di scissioni contro una sua vittoria.
Divisioni che l'outsider Ignazio Marino bolla come liti di apparato: "Le divisioni tra l'area cattolica, alla quale fanno riferimento tra gli altri Fioroni e Franco Marini, e la cosiddetta matrice comunista le ritrovo più tra questi 16-18 capi corrente che all'interno del partito. Basta parlare di scissioni". Ma, oltre ai critici, ad abbassare la febbre da primarie ci pensano gli scettici. Chi, come i sindaci Sergio Chiamparino o Matteo Renzi, non sanno ancora se e per chi votare. E anche se il partito delle schede bianche si prefigura in realtà come una minoranza esigua, i candidati sfruttano fino all'ultimo minuto per convincere tutti ad andare a votare. Anche a costo di perdere un voto. "Preferisco che votino Franceschini o Marino piuttosto che scheda bianca: abbiamo bisogno che chi esce da lì abbia forza", esorta Bersani.



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