Quell'insostenibile leggerezza del PD del Nord

Venerdì, 28 novembre 2008 - 10:52:00


Di Alessandro Fanfoni

Come un fiume carsico, di tanto in tanto, il sogno di un Partito Democratico del Nord si riaffaccia sulla scena politica. Si ripresenta all’indomani di sonore sconfitte elettorali, come quella del 13 aprile scorso, o quando lo sfilacciamento, l’opacità, lo smarrimento delle leadership nazionali del partito nonché lo stallo prodotto da una logorante lotta per bande, rendono l’aria insopportabile e qualcuno, qui al nord, rialza la testa e rispolvera l’antico sogno: facciamo un Partito Democratico del Nord!

I protagonisti sono noti e i loro successi politici, elettorali e nell’amministrare realtà locali raccolgono una stima bipartisan.

Solo che, anziché essere un vento del nord, così come è stato enfaticamente ribattezzato dai media, assume più che altro le sembianze bizzose di un refolo: rigenerante ma incostante. E’ così che all’urlo “ci vuole un partito del nord” è sempre seguito poco o niente, se non una mezza dozzina di interviste e retroscena.

Gli stessi “inventori” del PD del Nord dovrebbero ormai decidersi a passare dal dirlo al farlo sul serio. E qui veniamo al punto dolente: come si fa il Partito Democratico del Nord? In accordo o in conflitto con il Partito Democratico nazionale? Bisogna aspettare il permesso o consumare lo strappo? Dovrebbero esistere altrettanti PD del centro, del sud, delle isole o si riconosce una specificità territoriale rilevante solo al Nord? Nasce per scissione o per una sorta di partenogenesi? Oppure si costruisce un nuovo soggetto politico autonomo che solo in un secondo momento si accorda con il PD, il quale accetta di non presentarsi alle elezioni nelle regioni settentrionali?

E i suoi dirigenti, gli eletti in queste terre “ribelli”, che fine farebbero? Resterebbero nel nazionale o entrerebbero in massa nel partito del nord, sottraendo spazio a nuovi rappresentanti? E le finanze del nord rimarrebbero al nord? E i patrimoni immobiliari settentrionali del PD, a chi andrebbero? Di quali organi di coordinamento dovrebbe dotarsi la nuova realtà partitica? E il PD del Nord potrebbe ambire a presentare un candidato premier nazionale o sarebbe sempre e solo destinato ad essere un partito “territoriale” e il candidato leader sarebbe comunque espressione di nomenclature romane?

Poi certo, viene anche la questione di liberi programmi e libere alleanze, di nuove classi dirigenti; ma forse è proprio per la complessità di questi nodi così malamente elencati sopra che il Partito democratico del nord non ha ancora visto la luce. E non la vedrà finché qualcuno non si incaricherà, con coraggio e con pazienza, di sbrogliarli uno a uno.

http://www.formazionepolitica.org/

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