Partiti spazzatura, meglio abolirli
Di Giuseppe Morello
È persino un bene che sia scoppiato lo scandalo dell'ex tesoriere della Margherita, Luigi Lusi, che alla chetichella aveva sfilato alle casse del partito 13 milioni di euro. Perché almeno così si apre il dibattito su quella opaca linea di confine tra partiti e denaro pubblico.
I nodi sono sostanzialmente due. Innanzitutto il gigantesco problema del finanziamento pubblico, le sue dimensioni spropositate (è ragionevole che un partito abbia avanzi di cassa di 13 milioni?), la logica assurda per cui i partiti incassano il pieno anche per legislature non arrivate a termine, e lo scandalo di un paese che ha votato quasi unanimemente un referendum che i partiti hanno bellamente aggirato.
Questi aspetti si risolverebbero se i rimborsi elettorali fossero più contenuti, se corrispondessero a spese vere e certificate e se valessero solo per la legislatura in corso. Anche se sono i meccanismi di fund raising a dover essere ripensati, visto che l'attuale sistema foraggia i partiti esistenti e rende impossibile la competizione per nuovi soggetti che volessero competere.
Per nulla secondario è l'altro aspetto, ossia il fatto che a mostrare la sua inutilità a fronte dei suoi costi è la forma partito come l'abbiamo conosciuta nel '900, che continuiamo a praticare oggi con evidente gusto vintage, visto che non è più il tempo in cui i partiti erano in grado di rappresentare interessi articolati, territori e realtà sociali. Oggi sono quasi sempre solo apparati di ceto politico o in alternativa macchine elettorali per i loro leader, non strumenti di democrazia. Vanno ripensati: così sono dannosi, oltre che tremendamente costosi. Anche quando non c'è un tesoriere con velleità immobiliari in Canada.
giuseppe.morello@affaritaliani.it


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