Il Papa? Un fine diplomatico
Di Simone Comi
Terza visita di un capo della Chiesa cattolica in Medio Oriente, il viaggio di Benedetto XVI in Giordania, Palestina ed Israele è stato accompagnato dalla speranza che possa presto giungere ad una soluzione soddisfacente e duratura il processo di pace definito “israelo-palestinese” ma che vede coinvolti in realtà tutti gli Stati della regione. Nella prima visita in Giordania, Benedetto XVI è stato accolto con cordialità dal Re Abdallah II e dall’establishment del paese. Dure critiche sono invece giunte da importanti esponenti politici e religiosi della comunità musulmana di Giordania, irritati da una dichiarazione in cui l’Islam veniva definito una religione diffusa grazie alla forza della spada. Sebbene il Principe Ghazi bin Mohammed, consigliere del re per gli affari religiosi, abbia ringraziato pubblicamente Benedetto XVI per il rammarico espresso a seguito dell’episodio, come spesso accade la visita del Papa è stata segnata da una duplice accoglienza.
In quanto Capo di Stato Benedetto XVI è stato ricevuto in amicizia da tutti i leader della regione. Da Abdallah II ad Abu Mazen per finire con Benjamin Netanyahu non si sono avuti che pubblici attestati di stima per le parole pronunciate nel corso dei vari incontri. Differente sembra essere invece stata l’accoglienza da parte di alcuni leader religiosi tra cui i muftì giordani e diversi rabbini ebrei, che sembrano aver superato solo in parte gli screzi avuti in passato con il Vaticano a causa di prese di posizione poco chiare o dichiarazioni considerate irrispettose. Le parole di Benedetto XVI pronunciate nel corso degli incontri con le autorità religiose delle diverse confessioni e la scelta di pregare insieme ad un imam della Galilea e ad un rabbino israeliano in un gesto di comunione e pace sembrano aver però definitivamente chiuso ogni contenzioso aperto con le comunità non cristiane della regione.



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